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Tutti vorrebbero avere il drip di Luciano Spalletti

Articolo di

Andrea Mascia

Ghigni, grattate di nuca e pose in cui sembra essere quasi pietrificato: tutte queste caratteristiche contribuiscono a delineare la figura mitologica di Luciano Spalletti. Il toscano è molto più di un semplice allenatore seduto su una comoda panchina, è una persona sfacciata e senza peli sulla lingua, che muta con il tempo. Il suo nuovo look da santone non può che contribuire a dargli un’aura di misticità, credibilità e simpatia.

Come direbbe la Gen Z, è proprio negli ultimi tempi che Luciano ha elevato in maniera evidente il suo drip, ma ripercorrendo lo stile di Spalletti nel corso della sua carriera da giocatore e da allenatore notiamo come ci abbia sempre messo del suo nel creare un look spesso speciale, a volte quasi involontariamente.

Iniziando dai capelli, capiamo già il percorso di Spalletti. Dall’acconciatura Britpop alla Richard Ashcroft a quella – probabilmente forzata – alla Mario Biondi. Una tramutazione estetica che testimonia il cambiamento della sua attitudine, dal rivoltoso e irriducibile animo rock solito della giovinezza, a un look molto più zen che si fonde perfettamente con lo spirito bucolico della sua casa situata nella campagna fiorentina di Monteserpoli, dove ama spendere il suo (raro) tempo libero.

Le foto del giovanissimo Luciano mostrano il suo stile fuori e dentro il campo: camicie colorate (e sbottonate) nelle situazioni conviviali, pantaloncini tirati ben in alto e le immancabili adidas Copa Mundial ai piedi sin dalla suo debutto con il Castelfiorentino. Ma ciò che risalta negli outfit del coach di Certaldo è sicuramente la collana al collo che, grazie alle recenti presenze sulla panchina dello Stadio Diego Armando Maradona e sul manto erboso del centro d’allenamento di Castelvolturno, possiamo notare come sia un fil rouge che unisce il suo vecchio e nuovo stile.

Durante i primi anni di carriera nelle vesti di allenatore ci ha regalato delle perle non da meno: la foto che lo ritrae con la maglietta di rappresentanza con lo sponsor commerciale Sammontana abbinata alla tracksuit di adidas con i lacci lunghissimi all’infuori ci conferma l’ossessione di Spalletti per il brand con le three stripes, avvalorata dalle foto del biennio 1998-1999 durante l’esperienza alla Sampdoria: di nuovo le Copa Mundial sui campi d’allenamento, adidas EQT durante i match, abbinate alla grande con il calzino di spugna raffigurante il marinaio genovese.

I risultati convincenti gli consentono di approdare – nel corso della sua carriera – per ben due volte sulla panchina della Roma, permanendo invece nella fredda San Pietroburgo dal 2009 al 2014, per trasferirsi poi all’Inter dal 2017 al 2019. La capitale ha provato a far dirozzare Luciano, seppur con tentativi molto goffi terminati in abbinamenti da rivedere con cappotti color cammello e cravatte argentate. Ma lui è un reazionario. Non sa stare in abiti e cappotti che rischiano di soffocargli le emozioni. Ed eccolo qui: maglia Diadora su camicia bianca con una parte di colletto che fuoriesce. È così che ha onorato i festeggiamenti sotto la curva Sud nella stagione 2005/2006, anno in cui la squadra mise a segno la famosa striscia di undici vittorie consecutive partendo dal trionfo contro il Chievo Verona che gli valse la panchina d’oro.

La giovinezza di Spalletti lo ha ben temprato per affrontare al meglio qualsiasi tipo di esperienza. Luciano, nato tra le campagne in cui Boccaccio è passato a miglior vita, è cresciuto tra territori boschivi e si è poi abituato alle grandi metropoli di Roma e Inter. Ma nel mentre ha anche vissuto in prima persona ogni angolo di San Pietroburgo, vivendo la città come un lupo grigio che si aggira nella tundra, mostrando i suoi muscoli (e il suo crocifisso) a -15° in occasione della vittoria del campionato da parte dello Zenit della stagione 2009/2010.

Gli anni a Milano hanno messo in serio pericolo il suo gusto e la sua attitudine. Completi doppiopetto, sciarpe con il color blocking dell’Inter e cravatte reggimentali hanno provato ad andare a braccetto con il suo pizzetto. Ma è a Napoli che ormai sembra aver trovato la sua dimensione. Luciano è contento, nonostante non gli abbiano ancora restituito i CD di Pino Daniele rubati assieme alla sua Fiat Panda.

Il suo stile è libero: scaldacollo utilizzato come se fosse un turbante, Copa Mundial abbinate alla tracksuit di rappresentanza indossate in panchina durante i match, rosario con pietre colorate e crocifisso, anelli e addirittura piastrina militare al collo, a ricordare il suo passato nell’esercito.

Spalletti non si ascrive nella categoria di allenatori che vestono designer. È molto lontano dagli outfit in Rick Owens e Stone Island di Pep Guardiola, e di sicuro non indosserebbe un cardigan o un blazer firmato Thom Browne da quattro cifre come Scott Parker. Ha indossato diverse tipologie di outfit lungo la sua carriera, anche se non tutti hanno aderito al suo mood. Eppure, mai una lamentela, perché bisogna essere pronti ad adattarsi a tutto. D’altronde “uomini deboli, destini deboli, uomini forti, destini forti, non c’è altra strada”.