Grazie, Virgil Abloh

Articolo di

Ruben Di Bert

Era il 2017, Virgil Abloh era stato scelto come guest designer alla novantaduesima edizione di Pitti Uomo per sfilare a Firenze con la collezione primavera/estate di Off-White, intitolata “TEMPERATURE”. Io avevo cominciato a lavorare da qualche mese, un anno esatto dopo aver finito il liceo, quindi seppur da sempre appassionato del mondo della moda, le sue dinamiche mi erano completamente sconosciute. Eppure ero lì e ho avuto il piacere di incontrarti. Mancava circa mezz’ora all’inizio del défilé e per caso ti ho visto proprio davanti Palazzo Pitti, dove avrebbero sfilato i modelli. Chiaramente ero molto agitato ma ho deciso di avvicinarmi e come se nulla fosse hai cominciato a parlarmi: prima un semplice “Hi, how are you?”, poi non so come siamo finiti a parlare della scenografia e dello svolgimento della presentazione. Era come se provassi la mia stessa ansia, ma per motivi differenti. Mi sono reso conto che il tuo era un bisogno di condividere con qualcuno (chiunque fosse) questa tua emozione. Volevo assolutamente immortalare quel momento, ma tu, inaspettatamente, mi hai anticipato dicendo “Let’s take a pic!” con una gentilezza disarmante. Per te era tutto normale, ma per me non lo era affatto.

Per Virgil Abloh molte cose erano normali e purtroppo, forse, non ce ne siamo accorti abbastanza. “I don’t believe in gender… I believe in design” e “The end goal is to demonstrate that collaboration is a modern language” sono solo due concetti che esprimono una minima parte della sua personalità poliedrica e della sua sconfinata mentalità. Essere un creativo multidisciplinare che lavora in ogni settore, aperto alle contaminazioni (anche le più impensabili) per lui rientrava nella normalità, forse proprio perché la sua non è stata la formazione classica dello stilista.

Conclusi gli studi alla Boylan Catholic High School, Virgil decide infatti di iscriversi alla facoltà di ingegneria civile conseguendo la laurea e un master in architettura. Probabilmente pensava che il suo futuro professionale andasse in quella direzione (e probabilmente avrebbe funzionato), ma nel mezzo c’era l’atmosfera degli anni Novanta in America, con una passione e curiosità nei confronti della musica, dell’arte e dello skate. Per un periodo questi due aspetti della sua persona sono andati di pari passo, ma a un certo punto è arrivata la svolta: nel 2003 entra in contatto con Kanye West, disegnando prima una linea di merchandising e diventando poi il direttore creativo dell’agenzia DONDA. Da questo momento la strada è scelta e le sue amicizie comprendono un collettivo vivace e creativo: nel 2009 apre insieme a Don C RSVP Gallery, concept store in cui si vendono brand come Raf Simons ma vengono anche esposte opere di Jeff Koons; segue la fondazione di #BEEN TRILL# assieme a nientemeno che Heron Preston, Matthew M. Williams e Justin Saunders; infine, Pyrex Vision, un brand irriverente che partendo da semplici camicie di Ralph Lauren da $40, rielaborate con stampe serigrafiche, venivano poi rivendute a $550. Quel marchio si trasformò in Off-White. Il resto è storia.

Già da questi primissimi lavori si può notare il carattere di Virgil Abloh, aperto a ogni tipo di cultura e rivoluzionario nei metodi di comunicazione. Da quel momento si può definire un “creativo moderno“, il designer della nostra epoca, diverso dai suoi predecessori e basato su uno stile di vita che risponde alle sue stesse regole. La sua visione rivoluziona il significato artistico di un creativo e allo stesso tempo dimostra una comprensione della realtà e del potere nella società moderna. Con l’invenzione del luxury streetwear Virgil ha dato vita alla cultura dell’hype, un fenomeno tanto discusso e a tratti odiato ma che non risparmia nessuno. Non è neanche sbagliato dire che è proprio grazie a questa sua invenzione che siamo qui a scrivere questo articolo e a fare il nostro lavoro di editor.

Off-White è stata la sua voce. Un brand che “definisce l’area grigia tra il bianco e il nero” in cui si incontrano punti di vista differenti. Tra le ispirazioni che caratterizzano le sue collezioni troviamo l’architettura, lo streetwear, l’alta moda, il design, l’arte e la musica. Quadri di Caravaggio assieme a graffiti di Futura, giacche tecniche sopra abiti couture: tutte le sue passioni in un unico marchio. Non possiamo non citare i motivi “DIAGONALS”, “ARROW” e soprattutto “QUOTE” di cui si è tanto parlato, quasi sempre banalizzando. La tendenza a evidenziare quegli aspetti che diamo per scontati era innanzitutto il suo modo per essere riconoscibile (nonostante non abbia mai ottenuto il trademark), ma anche un mezzo con cui dimostrare che in un mondo in cui esiste già tutto, la semplicità non è banalità. D’altronde va ricordato che anche la visione concettuale di artisti come Andy Warhol, Fontana e Rothko non fu immediatamente capita e l’affermazione “è semplice finché non lo fai” diventa quindi vera.

Abloh stesso si definiva un artista multitasking, capace di ricoprire più ruoli contemporaneamente mantenendo integra la sua estetica. È stato una figura perfetta per il mondo “veloce” in cui stiamo vivendo. In realtà non è solo hype, è saper comunicare la propria visione alla gente, cercando di soddisfare anche i suoi bisogni.

Quando il 26 marzo 2018 arrivò la notizia che Virgil Abloh sarebbe diventato il nuovo direttore creativo di Louis Vuitton ci siamo subito fatti alcune domande: è la vincita dell’hype nei confronti dell’heritage? Si tratta di una becera strategia di marketing? La risposta l’abbiamo avuta quando è stata presentata la sua prima collezione per la maison. Virgil era riuscito a rimodernare il patrimonio di un brand storico, instaurando nuove regole basate su concetti moderni, come quello dell’inclusività, ma senza mancare di rispetto al DNA del marchio. Da outsider, era diventato definitivamente parte integrante dell’industria della moda. Il primo afroamericano alla guida di LV e il terzo stilista nero al timone di una maison francese. Il raggiungimento di questo successo, sia personale che collettivo, è stato espresso dal pianto liberatorio dello stilista a fine défilé, il quale segna un cambiamento profondo della nostra epoca e apre la strada verso un futuro migliore. È stato il riconoscimento di un lungo lavoro e di molti sacrifici, cominciato quasi per gioco con delle camicie di flanella con la stampa “23”.

Come persone nera, la prima cosa è puntare sull’immaginazione perché la nostra realtà è molto dura. Il lusso di immaginare è qualcosa per cui combattiamo con la nostra creatività.

Virgil Abloh

A oggi l’influenza e la rilevanza culturale di Virgil Abloh sono un qualcosa difficile da misurare. Operando nella moda, nell’arte, nel design, nella musica e in tutte le discipline possibili e immaginabili, Virgil ha rivoluzionato il mondo con l’obiettivo di “registrare quello che sta succedendo nel mondo esterno” e gettare le basi per un futuro diverso. Durante gli scontri del movimento Black Lives Matter, scatenati da una situazione di razzismo esasperante, è stato tra i pochi a schierarsi concretamente in prima linea nella formazione dei creativi del futuro, creando piattaforme e programmi per aprire porte e abbattere barriere tendendo una mano verso i giovani designer, tenendo conferenze universitarie e restando a stretto contatto con le comunità. È stato inoltre un visionario in molti aspetti, come dimostra la sua controversa affermazione strappata in un’intervista a Dazed in cui disse che lo streetwear era destinato a morire per un maggior sentimento legato alla sostenibilità e una rivalorizzazione del vintage a discapito di un consumismo sfrenato.

Se è vero che “la rilevanza è la sua metrica” ed è stato considerato dal TIME uno degli uomini più influenti al mondo, da un lato la sua scomparsa ci lascia con un vuoto devastante ma dall’altro dobbiamo essere consapevoli dell’importanza che ha avuto anche se in un tempo così breve.

Su Outpump sono presenti più di duecento articoli dedicati a Virgil Abloh e il bello è che si trovano in tutte le nostre categorie: fashion, music, sneakers, talks e sport. Senz’ombra di dubbio, questo è stato il più difficile da scrivere ma ancora prima di cominciare avevo già in mente quale sarebbe stato il finale: grazie, Virgil.