What if we kissed under a disco cupola

Che tempi strani, quelli in cui viviamo. Chi darà un giorno un nome a questo sentimento che ci attanaglia? Questa sensazione di fretta, fretta di ottenere risultati, di raggiungere i nostri obbiettivi, di sentirci qualcuno in questo mondo. Viviamo in una società che mi piace definire “accelerata”, in cui crediamo che il senso della vita sia correre dietro ad ogni cosa, dal lavoro alla persona che ti piace, dal cliente del tuo prossimo progetto al tavolo di quel ristorante che ha aperto nel quartiere gentrificato della tua città. Le parole chiave sono “rapidità” e “fatica”: fatica nel cercare un amore vero, negli studi, nella carriera, nel creare rapporti solidi e duraturi nel tempo. Perdiamo di vista così rapidamente il senso esistenziale e sociale della vita, che l’altro giorno ho visto riassunto sulla torta di compleanno di Vincenzo, un ragazzo che conosco e che vive a Milano: «mai più giovani come stanotte». Vorrei scrivermelo in fronte, per ricordarmelo ogni mattina, quando mi sveglio e mi guardo allo specchio mentre mi lavo i denti.

A questo penso mentre io e Andrea, il fotografo con cui collaboro, stiamo percorrendo la lunghissima via Emilia Ponente in direzione Castel Bolognese. Su questa strada io ci sono nata, l’ho percorsa milioni di volte, e ora ho quasi trent’anni e sto andando a visitare un posto magico, dove il mondo si è fermato. Lo sto facendo per lavoro, nel weekend del Ponte dell’Immacolata, mentre tutti sono in giro a fare festa. Non mi pesa per niente, perché il mio lavoro, per quanto sia faticoso, è la cosa più vicina a quello che volevo essere da bambina. Un sogno per molti, anche se troppo spesso anche io tendo a dimenticarlo. Stiamo attraversando questo lembo di terra emiliano-romagnola per arrivare in un luogo dove le regole del gioco sociale come lo conosciamo noi, nati negli anni Novanta e Duemila, fanno quasi ridere. Continuo a “scrollare” la radio della macchina, Andrea guida. «Vorrei partisse un pezzo di Loredana Bertè, o di Mia Martini» gli dico, sintonizzandomi su Radio Italia Anni 60. Parliamo tanto io e Andrea: quando un giornalista e un fotografo lavorano insieme si crea una sinergia pazzesca, una specie di alleanza che poi diventa il motivo per cui a certi lavori, a certi progetti, ci teniamo ancora di più. «Gira a sinistra, siamo arrivati». Parcheggiamo la macchina fuori da questa specie di astronave che sembra essere caduta per caso qui, nella provincia di Ravenna.

Siamo davanti alla discoteca “Le Cupole” di Castel Bolognese, uno dei locali notturni che ha fatto la storia della disco dancing romagnola. A rendere speciale questa meta per un pubblico appassionato di architettura è la sua particolare struttura, da cui prende il nome: il club è composto da quattro cupole emisferiche realizzate con il sistema “Binishell”, brevettato dal mio caro amico architetto Dante Bini, una tecnica che sfrutta la pressione dell’aria per realizzare costruzioni in cemento armato dalla forma sferica. La nascita di questo sistema ci riporta indietro nel tempo a una fredda serata dell’inverno del 1963 a Bologna, quando Dante Bini (Castelfranco Emilia, 1932) si trova con l’amico Filippo ai Giardini Margherita per giocare una partita a tennis. A fine partita i due provano ad aprire la porta della presso-statica che copre il campo, ma si rendono conto che la porta è bloccata da un’enorme quantità di neve caduta sulla struttura. Eppure, nessuno dei due dall’interno se ne era reso conto. Da quell’episodio l’intuizione di Bini, per cui da una minima pressione si sarebbero potute sollevare tonnellate di peso, se distribuito su una grande membrana opportunamente ancorata a una fondazione di base. Così nasce la Binishell, la tecnologia costruttiva che permette di realizzare edifici a cupola in tempi brevissimi, che grazie alla sua versatilità e rapidità di esecuzione ottiene un successo incredibile e viene applicata in ventitré Paesi nel mondo per oltre 1600 progetti, tra cui proprio “Le Cupole” a Castel Bolognese.

Il club è composto da quattro costruzioni dalla forma sferica collegate tra loro da spazi servienti, con una sala da ballo esterna che viene utilizzata nei periodi estivi. L’allestimento interno è perfettamente conservato e riflette lo spirito del tempo: sedute in velluto rosa cipria e blu elettrico, tappezzerie floreali, pareti ricoperte da moquette intagliata multicolore. Anche l’arredo è ancora quello originale, disegnato ad hoc da un designer (non ci è dato sapere il nome) che ha curato ogni dettaglio. Di questo locale mi hanno sempre parlato gli architetti romagnoli della generazione prima della mia. Ha vissuto le sue stagioni migliori tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando la Romagna era in fiore e la rapida e inarrestabile evoluzione economica di questo territorio aveva portato all’apertura di tantissimi locali iconici sulla costa e nell’entroterra. Liscio, balli di gruppo e dj set di musica commerciale, “Le Cupole” erano un luogo di culto dove celebrare in particolare il Carnevale. Organizzavano feste incredibili: «non si riusciva neanche a camminare da quanta gente c’era», ci racconta il custode mentre accende le luci di ogni sala, che conservano ancora l’aspetto originale degli anni Settanta.

Io e Andrea ci fermiamo a mangiare una piada con il prosciutto al chiosco “Coccinella”, fuori da “Le Cupole”, e aspettiamo le 21:30. Entriamo e il locale è già pieno di gente che balla, la Pescari band sta suonando musica folk romagnola che anima la pista. La sala è piena di coppie che danzano, ci fermiamo al bar per una Corona che ci viene offerta da Emilio Giulio, calabrese che da cinquant’anni vive a Sassuolo e frequenta “Le Cupole”. «Mi fermo qui davanti a mangiare alla Kiwi pizzeria, mi bevo un quartino di vino e poi entro a ballare», ci racconta mentre si mette in posa per essere fotografato. Cambiamo sala, musica anni Ottanta, iniziamo a ballare sulle note di Whitney Houston, George Michael, Madonna, e tutti i più celebri protagonisti del tempo. Conosciamo Giovanni, di Castelguelfo, Michele, che corre dietro alle ballerine di salsa latinoamericana, Elisa, tutta “intappata” per la serata (in gergo bolognese significa “vestirsi eleganti”). Il tempo sembra essersi fermato. Ci regalano un momento, una notte in cui mi dimentico chi sono e del tempo che passa. Immersa nella nostalgia di questo luogo, interpreto un personaggio di un film lontano dalla mia realtà quotidiana. Ed è forse proprio nelle vesti di questo personaggio che mi sento più a mio agio, lontano da quella fretta, da quella fatica che tanto ci attanaglia.

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Andrea Venturini