Tredici Pietro: “Pizza e Fichi” e quattro chiacchiere

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Matilde Manara

Chi ha capito bene, chi non ha capito capirà. Questa è la filosofia con cui Tredici Pietro si fa strada sulla salita verso il successo.

Tredici Pietro è colui che con soli quattro brani su YouTube conta milioni di visualizzazioni. Quel ragazzo che con il suo primo singolo, “Pizza E Fichi“, è finito su tutti i magazine perché figlio di Gianni Morandi, ma che oggi, a soli 9 mesi di distanza, è riuscito a ritagliarsi uno spazio – più che rispettabile – all’interno della scena rap, facendo diventare quello del padre un dettaglio di poco conto.

In occasione della settima edizione del Nameless Music Festival, che vedrà la partecipazione del rapper, abbiamo avuto l’opportunità di fargli qualche domanda. Gli abbiamo chiesto cosa lo ha spinto ad avvicinarsi a questo genere, quanto è stato difficile creare la propria identità e quali sono le tredici persone che si nascondono dietro al suo nome.

“Sono anni che mi alleno” è una frase che nei tuoi brani si è sentita spesso. Quando hai iniziato a buttare giù le tue prime rime?

“È vero, faccio un riferimento del genere anche in “Piccolo Pietro” e in “Rick e Morty”. Ho iniziato a scrivere le prime cose ormai 10 anni fa, scrivendo le prime strofe prettamente rap dopo avere abbandonato le prime poesie. Mi ricordo che i primi testi erano proprio delle cagate, del tipo “ho perso il labbro” perché parlavo sempre con la bocca arricciata all’interno, testi molto terra terra, mettiamola così.”

Cosa ti ha spinto ad appassionarti a questo genere musicale?

“Non saprei dirtelo, mi sono appassionato al genere coi primi esperimenti italiani di inserire il rap nelle radio, quindi Mondo Marcio e Fibra, andavo in terza elementare, forse seconda, e mi ricordo che cantavo “Applausi” nel giardino di scuola, è la mia prima immagine legata al rap forse dopo Eminem su MTV. Forse mi sono appassionato per la sincerità cruda e spietata dei testi che ascoltavo, che erano distanti anni luce dalla musica che andava.”

Ti aspettavi che “Pizza e Fichi” fosse il brano che ti avrebbe portato alla svolta?

“No, chi se la sognava una roba del genere. Incredibile, abbiamo speso 260€ per il video, 130 io e 130 Monkey, senza aspettarci nulla. Credevamo che sarebbe andata bene, perché la traccia spaccava ed eravamo coscienti del potenziale del progetto, ma non ce lo sognavamo nemmeno la notte. Le nostre aspettative erano di raggiungere 100.000 views in 6 mesi, un traguardo enorme. Alla fine è andata bene.”

Pensi che là fuori abbiano già capito che stai facendo sul serio?

“Penso che chi usa la propria testa abbia già capito da un po’ che sto “facendo sul serio”, e chi ancora non l’ha capito cambierà idea fingendo di avermi sempre ascoltato. Sinceramente non mi preoccupa tanto che la gente capisca tutto subito, a ognuno arriverà quello che deve arrivare.”

Cosa significa essere figlio d’arte? Quanto è stato difficile scindere la tua figura da quella di tuo padre?

“Non so che cosa significhi essere un figlio d’arte, non ne ho proprio idea, magari su letto di morte ne saprò qualcosa in più. Per quanto riguarda lo scindere me da mio padre, lo stiamo facendo, non è stato semplice, soprattutto da bambino, ho sempre notato chi mi stava attorno per interesse e chi invece mi rispettava per la persona che ero. Per questo ho cercato sempre compagnie “ostili”, che non apprezzavano tanto la mia figura, proprio per guadagnarmi la loro approvazione, perché sapevo che chi non si tratteneva dal dirmi le cose come stavano mi sarebbe stato vicino nei momenti più difficili, senza doverci guadagnare niente. Lo sto facendo anche col rap, la stessa cosa, è la mia sfida, entrare in scena in qualche altro genere non avrebbe lo stesso significato.”

Tua madre ascoltava i Doors e i Depeche Mode, tuo padre non ha bisogno di presentazioni. Pensi che il rap abbia qualcosa in più da dare rispetto ad altri generi musicali?

“No, non penso che abbiamo di più da dare, ma penso che abbia qualcosa di diverso rispetto agli altri generi. Anche solo il rappresentare la propria zona, compagnia, città, raccontarne determinati aspetti, la periferia, il disagio, non è caratteristica di altri generi musicali.”

Bologna è la tua città. Credi che ti precluda delle possibilità o per adesso va bene così?

“Milano, Milano, Milano. Solo Milano non preclude strade. Sto cercando casa.”

Tredici Pietro rappresenta 13 persone. Chi si nasconde dietro questo progetto?

“Tredici sono i membri del mio gruppo di amici del mio paese natale, San Lazzaro di Savena, nella periferia bolognese. Un giorno il mio grafico, uno dei tredici appunto, mi ha dato questo nome e io l’ho preso al volo, è un bel modo per portarsi dietro gli amici che un giorno saranno di una vita.

Dietro al progetto c’è un po’ di gente, un grafico, un manager (membri anche dei tredici), un gruppo di video maker (Marco Bonalumi, Matteo Gianino e Davide Piras), un producer, mio fratello Mr Monkey che è un dio di questa roba, un giorno lo sapranno tutti.”

I tuoi lavori sono ben curati e studiati. Pensi sia fondamentale avere una squadra dietro che sia soltanto tua?

“Nemmeno se sapessi fare il grafico, il video maker e i mix delle canzoni potrei fare tutto da solo. C’è bisogno di persone di cui ci si fida attorno, a cui affidare responsabilità importanti all’interno del progetto, sapendo che se chiudi gli occhi e ti lasci cadere ci saranno loro a sostenerti, con le “giuste mosse”.”

Quali sono le tue idee per il futuro? Verso cosa stai correndo?

“Sto correndo verso un album della madonna! È un sogno potere pubblicare un disco con le mie forze e adesso è arrivato il momento giusto.”

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