adidas e Daniel Arsham esplorano la circolarità del tempo

Articolo di

Roberta Gervasio

Sin dall’antichità, arte e bellezza sono andate di pari passo. Dalla perfezione scultorea delle opere greche, agli standard ideali di bellezza che poi si ricercavano in vita. Kalòs Kai Aghatòs, buono e bello era l’imperativo categorico.

Nel ventunesimo secolo ormai, questo connubio non ci stupisce più, però di sicuro ci affascina sempre. L’artista di cui parleremo oggi è diventato noto ai più collaborando con adidas, ma un persona così votata alla bellezza non può essere ascritta solo a una partnership.

Daniel Arsham nasce a New York, e questo è l’unico assunto certo che possiamo dire della sua vita. Sempre fuori dagli schemi artistici consolidati alla tradizione, la sua opera si muove a cavallo tra arte, architettura e performance. Agli albori della sua carriera gli fu chiesto di lavorare alla scenografia per una compagnia di ballo, e forse fu proprio in quell’occasione che si rese conto della semplicità con cui riusciva a coniugare elementi architettonici a vere e proprie opere d’arte.

La svolta si concretizza nel 2007 quando, in collaborazione con Alex Mustonen, fonda Snarkitecture. Il nome di questo progetto deriva dal poemetto “The Hunting of The Snark” scritto da Lewis Carroll che narra di un ”impossibile viaggio ad opera di un improbabile team alla ricerca di una creatura inconcepibile”. Il senso delle opere maggiormente apprezzate, dunque, è tutto in questo sottotitolo. Nella costante ricerca e tensione verso l’ignoto, Snarkitecture crea progetti e installazioni su larga scala coniugando materiali, strutture e programmi in maniera insolita e fantasiosa.

Tre le varie iniziative degne di menzione, ci teniamo a riportare l’installazione fatta a Milano in occasione del Salone del Mobile. Dal nome ”Altered States”, l’opera si impone di esplorare i tre stati dell’H2O affinché i visitatori possano rivalutare l’importanza dell’acqua, del ghiaccio e del vapore anche oltre il micro universo della cucina e dei lavori domestici quotidiani. Si compone di strati sovrapposti di quarzo che vanno a formare strati di superfici funzionali. La lentezza con cui si sciolgono le grandi sfere di ghiaccio è contrapposta all’incessante scroscio di acqua al centro della sala che, cadendo su una superficie molto più calda, dà vita a nuvole di vapore acqueo. Una serie di piedistalli cilindrici, infine, avvolgono la scena e, innalzandosi e abbassandosi, coprono i numerosi turisti.

Oltre a questa compagnia, Daniel Arsham ha un mondo inesplorato dentro di sé che ripone nelle sue opere d’arte da solista. L’architettura è sicuramente il vettore principale delle sue creazioni: ambienti con pareti corrose, scale che non conducono in nessun luogo, paesaggi che prendono il sopravvento sulla manodopera umana, il tutto con una leggerezza e una giocosità a cui la pesante architettura non è mai stata abituata. Tanto semplici quanto paradossali, sono i gesti e i protagonisti delle sue sculture, quali, ad esempio: la facciata di un muro che pare gonfiarsi al vento, le forme di un corpo umano avvolte in una parete o i vari oggetti contemporanei che affiorano tra le nebbie e le ceneri di un vulcano.

Le sue sculture trattano sia esseri umani che oggetti inanimati e, entrambi, appaiono spesso a grandezza reale o in forme giganti e spropositate. Il suo lavoro sembra un film sci-fi al contrario: le sue opere sembrano capsule del tempo provenienti da luoghi e tempi futuri che, però, al loro interno contengono reinterpretazioni e un nuovo senso per il passato. In un eterno ritorno dell’uguale, dunque, non ci si libera mai della storia ma la si reinterpreta alla luce del presente e delle teorie sul futuro. Ciò che affascina e incuriosisce maggiormente, indipendentemente dal soggetto rappresentato, è la frammentazione dello stesso atto rappresentativo.

I materiali prediletti per le sue opere sono pirite, hydrostone, selenite e ossidiana, tutti caratterizzati dalle varie tonalità di grigio e dall’aspetto fatiscente e antiquato che offrono alle varie opere. Tra gli altri, si contraddistingue per il magistrale uso che fa di cristalli, cenere vulcanica e gessi.

Oltre alla frammentarietà dell’esistenza, un altro focus su cui è incentrata la sua opera è sicuramente la malleabilità delle strutture e sovrastrutture che interagiscono nella costruzione della realtà.  Rompendo i canoni dell’architettura classica e contemporanea, molte delle sue opere nascono dai prolungamenti delle pareti. Utilizzando i muri come plastilina, abbatte qualsiasi barriera architettonica creando un clima (fisico e non) di inclusione e partecipazione. Facendo sua la lezione di Salvador Dalì, consacrata ai posteri attraverso gli orologi molli, la plasticità delle sue opere offre vari rimandi storici. Dalla mollezza dei ”segnatempo”, alla relatività della percezione dello scorrere del tempo, troviamo pareti su cui cadono orologi e ne restano intrappolati. La creazione di Adamo, invece, rivive tra le pareti opposte che si sporgono affinché gli indici possano toccarsi. Infine, l’uomo moderno, intrappolato e incastonato nella pesante routine quotidiana, sprofonda e resta vittima in quelle quattro mura che lo circondano.

Figlio perfetto del suo tempo, però, Daniel si concentrò molto anche su quelli che sono gli idoli del ventesimo secolo. Non solo console, macchine fotografiche, videogiochi e auto, ma anche sneakers. Americano D.O.C. ha vissuto sulla propria pelle tutta l’evoluzione dello streetwear e della cultura sportiva. I vestiti, le giacche, le uniformi, le sneakers, i cappellini sono tutti oggetti lavorati con la calcite cristallina che donano loro un’idea di vissuto, indossato e consumato.

Il primo passo di Daniel Arsham nel mondo delle sneakers è strettamente legato ad adidas. Nel 2017, infatti, l’artista e il brand hanno unito le forze presentando la prima parte del lungometraggio ”Hourglass”, lo stesso che è servito come preview per le sneakers in collaborazione che ne sono derivate. La clip è incentrata sulla vita dell’artista, dalle strade di Miami ai ricchi viottoli della sua mente. Un gran numero di sequenze a fuoco rapido intrecciano passato, presente e futuro e, per la prima volta, la circolarità del tempo espressa nelle sue sculture si esprime in sequenze sceniche.

Lo stesso Daniel, infatti, riporta come i ricordi non siano semplici ricordi ma, alla luce del presente, appaiono come previsioni del futuro. Come un coltello che può continuare a ferirti, che fa sanguinare anche le ferite che verranno. Il video inizia nel suo studio, durante un’intervista fatta da un’agenzia non specificata, il focus poi cambia repentino. Dopo essersi perso per le strade americane, viene ricordato l’uragano Andrew del 1992, eventi fantasiosi e traumatizzanti. Daniel ritrova la sua integrità nella galleria ad Atlanta.

La prima sneaker che nasce da questa partnership è una adidas New York con una tomaia in tela color avorio e lacci in nylon. Il sottotitolo di questa creazione è lo stesso della clip: ”THE PAST IS PRESENT”, idea che è ben espressa dalla tela sfilacciata che accompagna questa scarpa. La silhouette, se esposta ai raggi ultravioletti, fa risaltare sulla midsole le scritte ”THE PAST” e ”THE PRESENT”. A questo link potete visualizzare la prima parte di Hourglass.

La seconda parte del lungometraggio non si fa attendere e, insieme a questa, anche la seconda sneaker in collaborazione. Il secondo capitolo è chiamato ”PRESENT” e vuole catturare lo sviluppo creativo di Arsham a New York. Durante i 16 minuti di scene, ancora una volta si intrecciano frammenti del passato e del presente, accompagnati dalla costante presenza di una clessidra. Il viaggio prosegue a Rio, posto esplorato e studiato da Arsham per una delle sue più note esposizioni. Il passato, questa volta, è chiamato a rispondere delle scelte future della sua carriera. Il formato ricorda un documentario, il montaggio è degno dei migliori film di David Lynch, tutto dunque configura un’atmosfera onirica e sognante (la stessa che avvolge le sue opere) e che fa perdere la linearità del tempo, lasciando Daniel in balìa dei suoi flussi creativi. La seconda sneaker si presenta con una tomaia in neoprene total black che poggia su una suola ultraBOOST. A questo link potete trovare la seconda parte di Hourglass.

Il terzo e ultimo capitolo del progetto in collaborazione con adidas Originals è chiamato ”FUTURE”. Ancora una volta la tecnica utilizzata per le riprese è parzialmente documentaria e finzionale, totalmente volta ad esplorare la vita creativa e personale dell’artista. Tornano, come motivi centrali e strutturanti, la clessidra e la linea del tempo non-lineare. Finalmente, però, oltre ai flashback del passato e i focus sul presente, c’è un chiaro affacciarsi al futuro. Ancora una volta, l’accento è posto su quello che sono i motivi ossessionanti della sua vita: il tempo, la memoria e il trauma. La domanda che riecheggia lungo tutti i 15 minuti di clip è sempre quella: ”se potessi salvarti da un qualsiasi trauma, lo vorresti?” Oltre ad una ricca lista di quesiti esistenziali, ciò che di più importante ci lascia questo filmato è la Future Arsham 4D. La tomaia si presenta in Primeknit su una suola in 4D, anch’essa, se esposta ai raggi UV, rivela la parola ”FUTURE”. A questo link potete trovare la terza parte di Hourglass.

Ce ne sarebbero tante da dire e da raccontare, ancor di più da vivere. La riflessione sui materiali utilizzati e sul modo di rappresentare gli oggetti comuni, potrebbe avere molteplici letture e punti d’osservazione. Innanzitutto, ciò da cui deriva la sua grandezza espressiva e creativa è sicuramente la sua patologia, infatti ha più volte sottolineato il suo daltonismo quasi totale. Un minus, però, che non ha fatto altro che accrescere il suo valore: tanto le sue opere sono arricchite e cariche di significati quanto più si presentano rovinate e consunte. Opere spente, bianche, pallide, grigie come Milano, opache come Londra, in cui però confluiscono 2000 anni di storia dell’uomo, delle sue fragilità, delle sue domande sullo scorrere incessante del tempo, delle sue manie di grandezza, delle sue conquiste e delle sue sconfitte.

Più che arte, la sua è una riflessione sul futuro, un futuro apocalittico e sul come, i nostri oggetti quotidiani, saranno visti e interpretati da chi verrà. In una Pompei 2.0, dunque, Arsham sotterra il presente, dissolve la storia dell’arte e della grandezza architettonica che ha dato vita a palazzi, statue e chiese epiche; non esiste più un cielo a cui tendere, non esistono guglie che raggiungono la presenza di un’entità sovrannaturale, non esistono strutture grandi, imponenti e creative, esiste il qui ed ora.

L’hic et nunc scandito da quegli orologi, l’importanza dei nostri idoli, la fusione dei media nella nostra vita. Esiste l’uomo e la corrosione della sua esistenza, sotto le macerie, una reliquia di ciò che è, di ciò che sarà stato agli occhi dei posteri.

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