Interviews

L’Ariston è solo un altro palco – intervista a Gazzelle

Articolo di

Marta Blumi Tripodi

Produzione

Outpump Studio

Art director

Alessandro Pellegrino

Production Assistant

Matilde Benuzzi

Foto

Jasmina Martiradonna

Assistente luci

Riccardo Ruffolo

Stylist

Francesca Cavalcanti

MUA

Beatrice Torchio
Gazzelle indossa polo adidas Originals, cravatta Clavin Klein

Avere a che fare con i cantanti in gara a Sanremo nei giorni precedenti al Festival può essere un’esperienza frustrante: lo stress e il nervosismo rischiano di prendere il sopravvento, e la sensazione è di essere intrappolati in una gigantesca clessidra che scandisce a ritroso il tempo che ci separa dall’ora X. Fortunatamente, però, c’è anche chi se la vive con tutt’altro spirito: tipo Gazzelle, che fin dal primo momento l’ha presa come una specie di riunione di famiglia allargata. Il sentimento prevalente è un’inconsapevole allegria: «Sanremo fa paura perché è un simbolo, ma non gli do tutto questo peso» dice semplicemente. «Anzi, mi sembra di andare a cantare davanti a una piccola folla di persone che per età e mentalità potrebbero essere i miei zii…». E ai ragazzi della sua etichetta (l’indipendente Maciste Dischi) che gli fanno notare quel piccolo particolare dei circa 12 milioni di spettatori sintonizzati da casa, replica ridendo: «Diciamo che cerco di immaginarmi che dall’altra parte dello schermo ci siano solo i miei fan e i miei parenti!».

Siamo a Milano, in un negozio di strumenti musicali che definire vintage è un eufemismo: sembra davvero di essere stati catapultati in un’altra epoca. Il proprietario, l’amabile e venerando signor Franco, si aggira tra riverberi Binson in riparazione e sintetizzatori d’annata, mentre cerca di spiegare a Gazzelle come si suona la fisarmonica con intarsi in madreperla in esposizione («non è in vendita, è mia», ci tiene a specificare prima che ci facciamo venire strane idee). Il fatto che pesi 15 kg non aiuta, ma alla fine riuscirà a carpire qualche trucco del mestiere e a suonare a orecchio una manciata di note dalla colonna sonora de La vita è bella di Benigni. Questa naturalezza che ha poco di precostituito è uno dei tratti più evidenti della filosofia di Gazzelle, uno che cerca di prendere la vita una tappa alla volta, senza ricamarci troppo su, e riesce a saltare dalla gavetta nei piccoli locali a un concerto allo Stadio Olimpico nel giro di una manciata di anni, senza passare né per un talent né per TikTok, e soprattutto senza inseguire i trend del momento. «Le mie canzoni sono molto spudorate, veritiere, cercano di toccare delle corde emotive: non ti lasciano mai indifferente» spiega quando gli chiedo come descriverebbe la sua musica. «Chi è malinconico le percepisce come più spensierate, se invece uno è spensierato di natura magari pensa “Mazza, quanto so’ tristi”. Alla fine, però, sono solo parole».

La prima canzone, racconta, risale a quando aveva sette anni, e tutti lo conoscevano ancora solo come Flavio (Gazzelle è un omaggio semiserio alle iconiche adidas). «Parlava del mio migliore amico, ed era ricca di sentimenti; diretta, ma con tante metafore e figure retoriche, anche se all’epoca non sapevo neanche cosa fossero». Gli succedeva spesso anche al liceo, quando faceva i temi: «la professoressa si complimentava con me perché avevo usato una bellissima anafora, e io tra me e me avrei voluto risponderle “ma che è? Anafora sarà lei!”» ride. «È come se ce le avessi dentro, anche se non le ho studiate: un po’ come quando sai suonare il piano a orecchio». Ha scelto di mettere quelle metafore in musica perché gli veniva più immediato, ma il suo amore per la scrittura si è manifestato in molte forme diverse: in una vita precedente era addirittura iscritto a un corso di scrittura creativa, con l’ambizione di scrivere romanzi, sceneggiature e soprattutto racconti brevi, un po’ alla Raymond Carver. Ne ha tantissimi pronti e ancora inediti nel cassetto, confessa. A questo punto è impossibile non chiedergli un piccolo spoiler, e ci facciamo raccontare la trama di uno dei suoi preferiti, intitolato Su e giù. «Era ambientato a Roma in una delle giornate più calde della storia. Un signore di nome Giulio, un giornalista, entra in un bar tabacchi affollato di gente che beve e gioca a carte: lui, così distinto e preciso, si sente fuori luogo, ma ha proprio voglia di una bella limonata, così si avvicina al bancone e ne ordina una. Mentre la beve gli casca l’occhio sui gratta e vinci: non è tipo da giocare, ma si dice “Perché no?”, e vince due milioni di euro. Preso dall’entusiasmo, comincia a urlare agli altri avventori: “Ho vinto! Ho vinto!” e dopo qualche momento di incredulità tutti prendono a festeggiare e a stappare bottiglie. Nel marasma più totale qualcuno apre la porta del bar: il gratta e vinci gli cade dalle mani e, catturato da una folata di vento, comincia a volare via. Tutti escono per rincorrerlo nel traffico, mentre il biglietto va su e giù in balia delle correnti d’aria: dopo un lungo inseguimento, finalmente riesce a riacchiappare il gratta e vinci da due milioni. In quel momento arriva un autobus e lo mette sotto. Fine».

Immagine di sinistra: Gazzelle indossa polo adidas Originals, cravatta Clavin Klein, pantaloni dell’artista, scarpe Marsell
Immagine di destra: Gazelle indossa giacca Calvin Klein

Anche le sue canzoni procedono per immagini, anche se un po’ meno pulp. Quella che presenterà a Sanremo, Tutto qui, si apre con una tenerissima analogia: «Sembriamo due panda, amore mio». Ha una doppia interpretazione: «da una parte è riferita alla stanchezza, a due che se ne stanno lì accoccolati sul divano, dall’altra suggerisce che siamo una coppia in via d’estinzione» svela. «Non parla d’amore, ma più che altro lo racconta. È fatta di alti e bassi, il che è esattamente quello che succede quando decidi di condividere il tuo tempo limitato con un’altra persona, che a sua volta ha un tempo limitato. A volte questi tempi non coincidono, a volte sembrano più lunghi e a volte meno. Insomma, forse parla più di tempo che d’amore. Di tempo perduto, soprattutto. Di passato, e verso la fine anche di futuro». Tutti questi livelli di lettura forse non gli faranno gioco in un’epoca in cui vince la semplicità (e in un Sanremo in cui prevalgono la cassa dritta e i tormentoni, come già avevamo scritto). «È vero, è un’epoca molto piatta dal punto di vista culturale, ma forse siamo anche noi che non vogliamo più impegnarci, mentalmente ed emotivamente» osserva. «Io stesso mi accorgo che quando la sera scelgo un film da vedere, finisco sempre per buttarmi su qualche commediola, qualcosa di leggero, per non pensare troppo. E magari poi non lo guardi neanche, perché ti distrai, apri il cellulare e finisci per perdere tempo con cose ancora più frivole. Su questo ci stiamo davvero impigrendo, anche perché poi il risultato è che non sappiamo più gestire le emozioni complesse».

Per tutti questi motivi, anche di musica non ne ascolta quasi più: solo Ray Charles, che mette in play durante le cene con gli amici, e la radio quando è in macchina. «Ed è proprio allora che mi accorgo che la musica italiana sembra scritta con una formula matematica, in una costante ricerca di parole giuste ed espressioni giuste per sfondare. Quasi nessuno si sporca le mani. Forse anche per questo non passo tanto in radio» riflette. Il fatto che non passi in radio, tra l’altro, è anche uno dei motivi per cui sul palco dell’Ariston, nonostante sia già molto celebre, dovrà presentarsi da capo a un pubblico del tutto nuovo, per cui è ancora un perfetto sconosciuto. «Ma questo non mi dispiace per niente» sottolinea. «È bello rimettersi in gioco: è un contesto in cui ancora devo farmi conoscere, e questo mi fa venire fame. Altrove mi sono già saziato perché ho mangiato tanto, ma a Sanremo arrivo a stomaco vuoto, ed è una cosa positiva per me. Ho ancora qualcosa da dimostrare, pur avendo dimostrato già tanto». La fama nazionalpopolare, però, gli fa un po’ paura. «Al momento faccio una vita molto normale e tranquilla, non mi sento famoso, e questo mi aiuta a tenere i piedi per terra. Non vorrei che le cose cambiassero. La verità, però, è che non so cosa succederà. Una volta che la musica è uscita, è tua, puoi farci quello che ti pare. L’ho messo in conto fin dalla prima volta che ho fatto ascoltare una mia canzone a qualcuno». Quanto a lui, ha bene in mente ciò che NON vuole fare: «Non voglio fare il pagliaccio, ad esempio. Non andrei mai in programmi TV troppo lontani dalla musica, non farei videoclip scemi, balletti su TikTok o marchette. O magari quelle sì, a 60 anni, quando mi serviranno soldi» ride. «Se devi mangiare ti è concesso, ma se vuoi semplicemente mangiare meglio, anche no. Io guadagno solo dalla mia musica, e mi va bene così».

Immagine di sinistra: Gazzelle indossa total look Paul Smith
Immagine di destra: Gazelle indossa giacca C.P. Company

Da un certo punto di vista, Gazzelle è ben felice di non avere svoltato troppo presto. «Se hai 18 anni, nelle tue canzoni che racconti? Non sei ancora abbastanza corazzato: per scrivere devi prima vivere» dice. «Io mi sarei rovinato l’adolescenza, se fossi diventato famoso a quell’età. Anche perché a quel punto la musica diventa un lavoro: sei un personaggio pubblico, hai impegni inderogabili, la partita Iva, pagare le tasse, mentre tutti i tuoi amici si godono esperienze diverse. Cresci troppo in fretta e a 25 anni te ne senti 38, perché hai fatto una vita da adulto. In pratica rinunci alla giovinezza, quell’età non torna più». Lui a 18 anni si godeva la vita, «anche se col senno di poi avrei potuto farlo di più. Ero molto tormentato, un po’ un disastro. Andavo a caccia di esperienze estreme per provare emozioni. Vivevo molto per strada: non nel senso che intendono i rapper, ma non stavo mai a casa, insomma. Vivevamo in branco, in un’enorme comitiva. Era tutto molto romantico, ma ho vissuto un po’ in bilico, anche se non mi sono mai messo nei guai. Tutto quello che ho fatto mi ha portato qui». Ovvero alla vigilia del suo primo Sanremo, per tornare all’inizio di questo incontro. Felice di esibirsi in un contesto diverso dal solito, perché lui sul palco è sempre felice, che si tratti di quello del Festival, dello Stadio Olimpico (dove ha suonato la scorsa estate per la prima volta in un concerto tutto suo) o di un palazzetto (come dice nella sua Milioni), luoghi che lo vedranno protagonista del suo prossimo tour, in partenza a marzo. «Sono in pace, soprattutto. Scatta proprio una roba chimica. Sono uno che pensa tantissimo, mentre durante i concerti mi si svuota proprio la testa». Che abbia davanti a sé 20 o 50.000 persone cambia poco, ci tiene a specificare. «Certo, gestirne 50.000 è difficilissimo, perché è una guerra impari: loro sono una folla, tu sei uno solo. Se sei “in down” il loro umore cala, se ti esalti, si esaltano anche loro… Praticamente controlli tu lo stato emozionale di una marea di gente. Ma quando sono entrato in scena all’Olimpico, la scorsa estate, mi sono reso conto che anche se l’avevo idealizzato tantissimo era soltanto un palco, per quanto gigantesco. Ero tranquillo». E in fondo, anche quello dell’Ariston è soltanto un palco.