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Cosa sono i diamanti sintetici?

Articolo di

Leonardo Brini

Un diamante è per sempre“. Con queste cinque parole, negli anni ’40, la società americana De Beers rivoluzionò il mondo delle pietre preziose. Grazie a un dominio quasi monopolistico sia delle miniere stesse sia della linea di compravendita delle gemme (fino agli anni Novanta De Beers gestiva circa l’80% dei diamanti grezzi nel mondo), l’azienda fu in grado di trasformare il diamante nella pietra più desiderata e ricercata dal pubblico. La società, tra i cui azionari figuravano il politico Cecil Rhodes e la famiglia Rothschild, mise infatti in atto una strategia di marketing senza eguali che, con un mix di controllo del mercato e ingegnose campagne pubblicitarie, definì il concetto di “diamante” nell’immaginario collettivo: una lucente gemma rarissima (un falso mito creato a tavolino proprio dalla De Beers) ed elegante, simbolo di lusso e amore eterno.

Oggi però la narrazione fantastica della pietra migliore amica della donna – come cantava Marilyn Monroe nel film del 1953 “Gli uomini preferiscono le bionde” – sta subendo un cambio di rotta. Anche se il fascino del diamante non è di certo destinato a terminare nel breve termine, negli ultimi anni l’utilizzo e la diffusione di diamanti cosiddetti (forse in maniera fuorviante, ma ne parleremo dopo) “sintetici” ha causato uno scisma nel mondo della gioielleria. A maggio dello scorso anno, il colosso Pandora ha infatti dichiarato che dal 2022 tutti i gioielli del marchio sarebbero stati realizzati solo con diamanti prodotti in laboratorio, mentre in ambito fashion è stato Frank Ocean, con il suo brand di alta gioielleria Homer, a sdoganare definitivamente l’uso di queste nuove gemme. L’introduzione di un’alternativa (sicuramente) più economica e (in parte) più sostenibile e attenta agli aspetti umanitari, quindi, ha contribuito a un drastico calo nelle vendite della “pietra eterna”: tra il 2010 e il 2019, escludendo quindi le conseguenze della pandemia, le tre aziende produttrici di diamanti più importanti del settore hanno visto le loro vendite crollare di circa il 20%, per non parlare di casi come quello di BHP Billiton, passata dal vertice del mercato internazionale al fallimento. Ovviamente, la colpa di questo tracollo non è da ricercarsi solamente nell’ascesa al potere dei diamanti sintetici (il cui mercato, secondo il Bain Diamond Report, è cresciuto del 15-20% nel 2019), ma è chiaro che l’affinamento di tecniche sempre più veloci e precise, insieme a un crescente senso di “responsabilità” sia degli acquirenti sia delle aziende stesse, siano stati fattori determinanti. Però, tra chi sostiene che queste nuove pietre fatte “crescere” in laboratorio siano il futuro e chi invece condanna la creazione artificiale dei diamanti, le opinioni sulla questione sono tantissime e contrastanti.

Ma partiamo dall’inizio, cosa sono questi diamanti sintetici?

In seguito alla scoperta della vera composizione fatta di puro carbonio del diamante (1797) e dei processi naturali che portavano alla sua formazione, il mondo della scienza cominciò la corsa verso la riproduzione artificiale della pietra. Dopo alcuni tentativi mai pubblicamente riconosciuti o solo parzialmente riusciti (come quello dell’azienda tedesca ASEA nel 1953), nel 1954 l’americana General Electric fu in grado, attraverso un processo verificato e documentato, di creare i primi diamanti di laboratorio riproducibili commercialmente: a causa della scarsa qualità e della piccola dimensione (circa 0.15 mm), però, non potevano essere destinati al settore dei gioielli, ma più che altro all’industria abrasiva. Successivamente, negli anni ’70, grazie alla General Electric e alla già citata De Beers nacquero i primi cristalli di grosse dimensioni, fino ad arrivare, nel 1985, all’ingresso nel mercato dei diamanti “sumicrystal” (prodotti dalla Sumitomo Electric), i primi sintetici ad uso gemma.

Attualmente, le tecniche di “coltivazione” di diamanti in laboratorio hanno raggiunto livelli di efficienza e qualità altissimi, tanto che è impossibile distinguere a occhio nudo o senza appositi macchinari la differenza tra un diamante naturale e uno sintetico. Va infatti specificato che i diamanti sintetici sono, a tutti gli effetti, diamanti. Le proprietà fisiche e chimiche sono le stesse, così come la struttura reticolare cristallina, e dal punto di vista ottico si presentano identici: l’unica sostanziale differenza è nel tempo necessario alla formazione del “prodotto finito”. Mentre in natura la gemma si genera in uno-tre miliardi di anni a una profondità di circa 150-300 chilometri, un diamante sintetico viene creato in un lasso di tempo che va da una settimana a un mese al massimo (principalmente a seconda della dimensione).

I diamanti sintetici possono quindi essere considerati diamanti in tutto e per tutto ma, dato che un’accezione negativa del termine “sintetico” può indurre a pensare che questi prodotti non siano altro che falsi “artificiali” ben mascherati, è importante spiegare il processo con cui vengono creati. In linea generale, la sintesi inizia grazie a un diamante-seme (naturale o sintetico) di piccolissime dimensioni che accresce poi in maniera differente a seconda della tecnica utilizzata. La prima, chiamata HPHT (High Pressure, High Temperature), ricrea in laboratorio le condizioni naturali di alta pressione e alta temperatura con cui i diamanti si formano, sfruttando poi un’ulteriore fonte di carbonio (tipicamente grafite) i cui atomi si dispongono sulla superficie del seme a creare la struttura della gemma. L’altra tecnica (la CVD, Chemical Vapour Deposition), invece, consente un controllo quasi completo del processo, oltre che temperature e pressioni molto più basse, poiché sfrutta gli atomi liberi di carbonio provenienti da una miscela di carburi (generalmente metano) trasformata in plasma grazie a un laser a microonde: quando gli atomi di idrogeno si separano da quelli di carbonio, questi ultimi precipitano sul seme e accrescono la sua dimensione. Qualsiasi sia la tecnica, però, queste nuove gemme artificiali vengono poi tagliate e valutate secondo gli stessi criteri e standard dei diamanti tradizionali (le famose 4C: color, clarity, cut, carat): i diamanti sintetici rispettano quindi tutti i requisiti necessari per “essere un diamante” non solo a livello microscopico ma anche a livello commerciale.

Però, come tutte le novità, anche i diamanti sintetici hanno suscitato controversie e diatribe di vario genere. Ovviamente le due fazioni che si sono formate (a favore o contraria alla diffusione di queste pietre) sono strettamente legate all’aspetto economico e questo ha causato grande confusione e informazioni contrastanti nel mercato, con pro e contro che si contraddicono a vicenda e rendono difficile comprendere se acquistare o meno diamanti di origine artificiale sia una buona idea.

Il primo grande vantaggio, nonché il principale argomento proposto a favore della commercializzazione dei diamanti sintetici, è legato all’aspetto ambientale. Per essere estratti, i diamanti naturali non necessitano solamente dello scavo di grosse miniere nelle profondità della terra (con le ovvie conseguenze per gli habitat circostanti) ma provocano anche l’inquinamento delle acque, l’emissione di gas nocivi e carbonio (125 libbre per carato) e un grosso consumo di energia (538,5 milioni di joule per carato) e acqua (126 galloni). Quelli sintetici, dall’altra parte, sono “esenti” dai danni diretti all’ambiente e anche i consumi e le emissioni sono nettamente più basse: 6 libbre di carbonio, 250 milioni di joule e solamente 18 galloni d’acqua. Sulla carta, solamente questi dati, insieme alla considerazione che l’intero ciclo del processo di estrazione dei diamanti naturali è di gran lunga maggiore rispetto a quelli di laboratorio, potrebbero far credere alle persone che scegliere diamanti sintetici sia una scelta consapevole, quasi “sostenibile”.

Ma la situazione è un po’ più complicata. Infatti, anche se il più grande produttore statunitense (la Diamond Foundry, finanziata anche da Leonardo DiCaprio) ha affermato di mettere in atto un processo completamente idroelettrico, la maggior parte (circa il 50%) dei diamanti da laboratorio vengono prodotti in Cina, dove l’uso di combustibili fossili per ricavare energia è ancora ampiamente diffuso. La produzione di diamanti in laboratorio non è quindi in alcun modo a impatto zero sull’ambiente: per quanto più consapevole e con un’impronta di carbonio molto più bassa, anche le gemme “lab-grown” inquinano.

L’altro punto su cui spesso verte il dibattito sui diamanti sintetici è legato all’aspetto umanitario. Tradizionalmente, l’estrazione di diamanti naturali viene associata alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento (minorile e non), ai rischi per la salute dei lavoratori e, soprattutto, al finanziamento delle forze ribelli nei paesi in conflitto come Sierra Leone, Angola e Zimbabwe. Vengono infatti definiti “diamanti insanguinati” quelli estratti da un giacimento collocato in una zona di guerra, venduti poi clandestinamente e i cui guadagni finivano nelle tasche dei “signori della guerra” africani: durante le guerre civili in Africa negli anni Novanta si stima che circa il 20% del mercato dei diamanti contribuisse proprio a finanziare questi conflitti. Mentre le miniere sono a rischio collasso e i lavoratori sono soggetti a malattie polmonari o, peggio, alla schiavitù, i diamanti sintetici non scatenano guerre e non causano infortuni sul lavoro: questo è ciò che, soprattutto a livello di “marketing”, è stato pubblicizzato in difesa di questi ultimi.

Anche in questo caso però l’argomento non si può chiudere così facilmente e i pareri sono discordanti. Dal 2003, infatti, un accordo delle Nazioni Unite (il cosiddetto “Kimberley Process“) vieta la vendita di diamanti che possono in qualsiasi modo finanziare guerre civili, verificandone l’origine con apposite certificazioni e creando un flusso legittimo di capitali verso questi paesi. In più, moltissimi brand, tra cui Tiffany & Co. con il progetto “Diamond Source”, puntano sempre di più alla trasparenza riguardo la provenienza di ogni diamante utilizzato. Quindi, mentre il pensiero comune è ancora “arcaico” e legato agli spargimenti di sangue dello scorso secolo, la realtà attuale sembrerebbe essere molto diversa, con circa l’80% dei diamanti in commercio tracciati e certificati e controlli sempre più serrati sulle condizioni di lavoro nei siti di scavo. In più, il World Diamond Council sostiene che l’estrazione (e quindi il commercio di diamanti naturali in generale) sia ancora oggi l’unica fonte di reddito e di sussistenza di un grande numero di comunità: ridurre o addirittura eliminare l’attività legata a queste pietre causerebbe solamente povertà e ulteriori disordini per la popolazione locale. Se si considera poi che alcune delle principali miniere si trovano in paesi come Russia, India e Canada, è più semplice rendersi conto che i processi di estrazione sono attualmente meccanici e realizzati da macchine (e non più con vanga e piccone), ma soprattutto permettono di garantire il rispetto dei diritti umani.

L’ultimo principale snodo della questione, forse il più influente da un punto di vista commerciale, riguarda ovviamente il prezzo. Se da un lato il pubblico è indotto a comprare diamanti sintetici “a causa” di un costo medio nettamente più basso (dal 20% al 40% in meno), è bene specificare che ad oggi queste pietre non hanno un valore vero e proprio. Comprare un diamante è da molti considerato un investimento, ma nel caso di quelli prodotti in laboratorio la gemma perde tutta la sua “preziosità” nel momento dell’acquisto. Il fatto di poter essere prodotti in quantità illimitata, infatti, li rende soggetti a un oscillazione del valore quasi casuale, basata esclusivamente sulle tendenze del mercato. Ma per quale motivo quindi un diamante sintetico ha comunque un prezzo così poco economico? Semplicemente i macchinari, i materiali e il personale altamente qualificato necessari per la loro fabbricazione sono molto costosi.

Nonostante le principali discussioni avvengano soprattutto in merito ai diamanti usati come gemma per il mondo della gioielleria, non sono da trascurare nemmeno i risvolti positivi che l’utilizzo di diamanti sintetici può avere in altri settori. Il diamante, infatti, è il materiale più duro e resistente al mondo (oltre che un ottimo conduttore termico) e per questo viene ampiamente sfruttato per tagliare superfici di particolare solidità nell’industria automobilistica, in quella petrolifera e nella creazione di strade. La sintesi di diamanti in laboratorio però, permette anche di controllare alcune sue proprietà grazie alla creazione di nuove strutture cristalline e quindi di nuovi materiali con caratteristiche uniche: nonostante il diamante sia un pessimo conduttore elettrico, grazie all’addizione di boro in fase di accrescimento può diventare un ottimo un semi-conduttore che potrebbe rivoluzionare il settore elettronico.

Il tema dei diamanti sintetici è quindi molto più complicato di quello che sembra. Per ogni punto a loro favore, c’è sicuramente qualcuno pronto a dimostrare come sia effettivamente vero anche il contrario. Forse per questo, nonostante una diffusione sempre maggiore, i diamanti lab-grown non sono ancora riusciti a stabilirsi definitivamente nel mercato, rimanendo per lo più un fattore di “avanguardia” e “sperimentazione” per i brand più audaci o che vogliono mostrarsi più moderni e vicini alle nuove generazioni. Conclusione? Qualsiasi scelta può essere discussa e confutata, a patto che prima ci si sia informati nella maniera corretta.