Fashion

Dior e D-Air Lab: la Bar Jacket può ora riscaldare il corpo di chi la indossa

Articolo di

Leonardo Brini

Se si pensa alla parola “tecnologia“, la prima immagine che compare nella testa della maggior parte delle persone è composta da robot, computer e realtà virtuale. Il termine stesso “tecnologia”, però, non fa riferimento solamente a un mondo informatico bensì indica tutte quelle discipline in grado di risolvere problemi pratici per migliorare le nostre vite. Mentre l’influenza digitale ha spesso fatto da padrona in collezioni e sfilate di numerosi designer, con risultati più o meno soddisfacenti, l’applicazione di tecnologie specifiche e tecniche “di nicchia” legate ad altri settori è ben più rara. A colmare questo vuoto è arrivata però Maria Grazia Chiuri, che ha deciso di inserire alcuni capi in collaborazione con D-Air Lab nella sua collezione autunno/inverno 2022 per la maison Dior.

Alla maggior parte del pubblico il nome “D-Air Lab” non accenderà nessuna lampadina, ma se vi diciamo che la D del nome è in realtà l’abbreviazione di Dainese? Ora qualcuno avrà più chiaro di cosa stiamo parlando. L’azienda D-Air Lab venne infatti fondata nel 2015 con l’obiettivo di recuperare tutte le conoscenze sviluppate in più di 50 anni da Dainese (azienda leader dell’abbigliamento protettivo per motociclisti) per poi rinnovarle e individuare nuove applicazioni in nuovi settori. Tra i punti di partenza principali della start up c’è proprio la tecnologia D-air che dà il nome all’azienda. Introdotto nel 2000 come evoluzione dei primi paraschiena, l’airbag per la protezione del corpo umano fu una rivoluzione in termini di sicurezza e per questo viene tuttora molto utilizzato nel settore motociclistico. Con il tempo, Dainese prima e D-Air Lab dopo, hanno continuato la ricerca e dimostrato le numerose possibili applicazioni delle tecnologie inventate: nel 2007 venne introdotta una tuta in grado di pressurizzare il corpo degli astronauti senza limitarne i movimenti; tra il 2011 e il 2012 ci furono nuove versioni del D-air per lo sci alpino e per l’impiego stradale; nel 2018 invece “Workair“, il primo airbag per la protezione dei lavoratori.

L’obiettivo di D-Air Lab è quindi sì quello di trasferire tale tecnologia a contesti di vita quotidiana, creando “vestiti intelligenti“, ma anche di fare in modo che la protezione non venga percepita da chi la indossa. L’ergonomicità dei prodotti è infatti uno degli elementi che rende D-Air così all’avanguardia: ovviamente è necessario che il capo sia in grado di capire (attraverso un algoritmo) quando è il momento opportuno di attivarsi, ma deve garantire anche libertà di movimento, un corretto e bilanciato posizionamento dei componenti e il massimo comfort termico possibile.

A primo impatto, il mondo di D-Air Lab sembra essere posizionato ad anni luce di distanza da quello di Dior e dall’estetica “pacata” di Maria Grazia Chiuri ma, analizzando il tema della collezione “The Next Era”, un punto di connessione potrebbe esistere. Lo scopo della sfilata, infatti, era quello di immaginare un nuovo modo di vedere l’abbigliamento che non includesse solamente l’estetica e la creatività ma anche la funzionalità e le performance. Avvicinando il passato della maison e i suoi codici estetici a un futuro più innovativo e sperimentale, i look iconici di Dior sono stati quindi ridisegnati includendo le capacità tecniche di D-Air Lab, rivoluzionando la relazione tra il corpo e il capo.

Ad aprire la sfilata è stata perciò una tuta luminescente, ispirata al layer interno del completo “Antarctica” di D-Air Lab, composta da una rete di “vasi sanguigni” in grado di mantenere costante la temperatura corporea.

E mentre il primo look puntava sull’effetto wow del set buio a contrasto, gli altri design colpiscono per la loro estetica futuristica (e completamente inaspettata) applicata a prodotti ben consolidati nella memoria-fashion collettiva, fino ad ora molto lontani dalle vibe sci-fi. Le strutture della giacca Bar, dei corsetti e delle gonne midi sono state infatti contaminate da piccoli sistemi composti da “air-bag portatili” che regolano l’umidità del corpo e, all’occorrenza, lo riscaldano.

Oltre ai capi gonfiabili e più all’avanguardia, anche guanti, scarpe e accessori vari sono stati trasportati nell’universo Dainese grazie a un restyling fatto di pelle, colori sgargianti e tagli tipici dell’abbigliamento tecnico da moto, il tutto ovviamente decorato da elementi distintivi della maison come l’impuntura “cannage” e il logo “CD” stampato su gigantesche armature-paraschiena.

Anche se il risultato finale è ovviamente soggetto a gusti e opinioni personali, soprattutto per quanto riguarda la coerenza del progetto con l’identità proposta da Maria Grazia Chiuri nel tempo e la mancata continuità tra i look in collaborazione e quelli “tradizionali”, lo spirito sperimentale del progetto è innegabile. Il fatto che una maison riconosciuta e rispettata come Dior sia disposta a mettersi alla prova, abbandonando per un attimo (anche se solo parzialmente) le logiche di mercato e coinvolgendo una realtà estremamente tecnica come D-Air Lab, è sicuramente da rispettare e da lodare.

In più, l’unione di questi due mondi si presenta come una realtà veramente innovativa nel panorama fashion: dopo diversi mesi in cui i brand sono stati invasi da robot, avatar e realtà virtuali, la collaborazione rappresenta un nuovo (e diverso) punto di vista su come tecnologia e moda possano dialogare per raggiungere nuove frontiere e guardare al futuro. Per una volta lasciamo da parte le criticità e godiamoci un tentativo di sperimentazione che, anche se considerato da alcuni inaspettato o mal riuscito, contribuisce ad ampliare la potenza e il valore artistico del mondo fashion.