Fashion e forze armate: una lunga storia di uniformi

Articolo di

Andrea Mascia

Probabilmente è una domanda che si pongono davvero in pochi, ma chi si occupa del design delle uniformi delle forze armate? Per iniziare questo discorso, dobbiamo tenere a mente che il connubio fashion-forze armate è (quasi) sempre stato molto solido.

Uno degli esempi più palesi va rintracciato nell’epoca del nazismo, più precisamente quando le uniformi delle camicie brune delle SA (Sturmabteilung), ovvero uno dei primi gruppi paramilitari nazisti, vennero sostituite dalle uniformi nere delle SS (Schutzstaffel). La produzione in serie di queste ultime era affidata all’azienda tessile di Hugo Boss, che da ben undici anni, ovvero dal 1923, aveva avviato la propria attività di confezionamento prêt-à-porter. Questo non significa che Hugo Boss studiasse le linee, le forme e i colori di quelle divise. Di fatti, la sua azienda era responsabile solo ed esclusivamente della parte di produzione: il design venne immaginato da Walter Heck e dal rinomato artista della Monaco di Baviera del primo trentennio del 1900, Karl Diebitsch, che con Hugo Boss c’entravano ben poco.

Dunque, le forze motrici che hanno spinto questo dualismo moda-forze armate sono diverse. Nel caso succitato, il motivo che ha orientato il regime nazista a puntare su Boss è – con tutte le probabilità del caso – incentrato sul fatto che l’azienda in questione godeva di un’organizzata e consistente produzione in serie, oltre al fatto che, secondo quanto racconta la leggenda, Hugo stesso fosse considerato come il “designer del nazionalsocialismo”.

Per l’appunto, le storie che narrano di questo legame sono sovente basate su leggende e dicerie, le stesse che aleggiano attorno alla figura di noti designer nostrani, tra questi Valentino Garavani e Giorgio Armani, che avrebbero un rapporto molto stretto con la realizzazione di uniformi. Le informazioni sul web riguardo il primo sono pressoché inesistenti. Giorgio Armani, invece, ha disegnato l’uniforme dei Carabinieri nel 1998 (utilizzata tuttora) trasformandola dalla colorazione khaki a quella che conosciamo ancora al giorno d’oggi. Lo stilista lasciò invariato soltanto un elemento: la bandoliera, che ancora oggi spicca grazie alla sua tracolla bianca, pian piano in via d’estinzione in quanto non più particolarmente utile per via dei caricatori delle armi che contengono oggi un maggior numero di cartucce. Nell’interpretazione di Giorgio Armani, l’uniforme di servizio estiva, ad esempio, è color turchino nella zona superiore, abbinata con i classici pantaloni neri con banda rossa, oppure total blu navy nella variante con la t-shirt polo.

Quale contributo ha dato Giorgio Armani alle divise dell’arma? Probabilmente, dal punto di vista utilitario, nessuna. Se si considerano invece gli astratti, soggettivi, dibattuti e spesso vuoti concetti di eleganza e di “buon gusto”, qualche plus l’ha dato. Quale modo migliore per iniziare a considerare i Carabinieri dal punto di vista del vestiario, in Italia, se non affidandosi alla mano e alla visione di un designer che negli anni ha definito i canoni dell’estetica borghese?

Non è certamente una novità parlare di come uniformi e moda si siano influenzate a vicenda. Prodotti come pantaloni cargo, field jacket M65 e molti altri, si sono evoluti nel corso della storia con un solo obiettivo: raggiungere l’apice della praticità. Un esempio è quello della appena citata field jacket: un vero e proprio caposaldo per l’esercito americano durante i conflitti bellici. Nel 1941, durante la seconda guerra mondiale, i soldati americani indossavano la giacca M41, un semplice windbreaker che aveva il compito di proteggere dalla pioggia e dal vento grazie all’ausilio di uno strato di flanella. Fu però dal 1943 che la giacca da battaglia – che nel frattempo divenne M43 – venne implementata con un cappuccio rimovibile e dei polsini regolabili. Dunque, si proseguì con alcune innovazioni grazie alla M51 che si trasformò in M65 in occasione della guerra del Vietnam: strati di nylon, rivestimenti di cotone satinato e strappi di velcro erano la combo vincente per cercare di sopravvivere ai monsoni. Queste caratteristiche hanno permesso a quei capi di essere considerati dai brand d’alta fascia, che li hanno voluti interpretare a loro piacimento, vedi Ralph Lauren con la M65 oppure Stan Ray con i fatigue pants, e vedi – in generale – il successo guadagnato dai pantaloni cargo nel panorama moda. È bastato che qualche veterano di guerra americano indossasse quei vecchi indumenti per andare a passeggio nei vicoli della sua città per farli diventare conosciuti (e apprezzati) dalla cultura mainstream.

Dunque, nell’effettivo, si tratta della civilizzazione di vestiti che fino a poco tempo prima erano relegati a tutt’altro ambito. Nonostante sia un esempio diverso dal rapporto di Armani con i Carabinieri, è comunque una dimostrazione del fatto di come siano due mondi in continuo dialogo. A proposito di ciò, le divise della Gendarmeria nazionale francese, dal 2003 al 2021, sono state realizzate da Balenciaga, più precisamente da “Balenciaga-uniformes”, una filiale della maison fondata da Cristóbal Balenciaga. Poi, nel 2021, Emmanuel Macron ha dichiarato che i vestiti della Gendarmeria sarebbero cambiati. Non più cravatta e uniforme “blue glacier” con pantaloni cargo e stivali: il presidente della Francia ha annunciato che l’obiettivo del nuovo abbigliamento sarà quello di proporre un look più moderno. Ciò che rimane invariato, però, è la sfumatura fashion delle uniformi del corpo nazionale francese, perché Macron ha deciso di farle disegnare all’École Duperrè Paris, istituto di design che è riuscito a dare una sua interpretazione streetwear. I nuovi outfit sono composti da polo – sia a maniche lunghe che a maniche corte – caratterizzate da un colletto “Mao”. Il berretto non sarà più l’accessorio principale delle uniformi, in quanto, essendo troppo comune, rischia di far confondere i civili con la polizia nazionale.

Per concludere, per un motivo o per un altro, le forze armate hanno bisogno del supporto di marchi che in primis hanno esperienza manifatturiera e in secundis sanno anche come rendere più confortevole l’esperienza di chi li indossa.