Ha ancora senso parlare di stagionalità nella moda?

Articolo di

Ruben Di Bert

Nelle ultime ore il comunicato stampa diffuso da Armani in merito al suo nuovo calendario di sfilate sta facendo molto parlare. Questo per le dichiarazioni di Re Giorgio sulla situazione attuale del fashion business.

Secondo quanto traspare dalle parole dal leggendario stilista, la pandemia è stata, a malincuore, un ottimo pretesto per riordinare un po’ un sistema che da ormai troppo tempo stava prendendo una strada sbagliata.

Uno dei temi principali affrontato nel testo è infatti la questione della stagionalità nella moda. Ha ancora senso parlarne?
Il mercato attuale richiede un bisogno alquanto mutevole di acquisto, costringendo i vari brand a lavorare su circa quattro collezioni annuali che si aggiungono a delle sempre più frequenti capsule collection extra.
Così facendo, i cosiddetti evergreen capaci di durare nel tempo vengono per forza trascurati e si opta per un rinnovo continuo e una sovrapproduzione che di certo non fa bene all’ambiente in termini di sostenibilità.

Per quale motivo quindi un determinato articolo dopo poco più di un mese dall’uscita risulta obsoleto? Ma sopratutto, perchè nella stessa passerella vediamo sfilare pantaloncini corti e t-shirt insieme a colbacchi e montoni?

Queste domande portano a pensare che forse sarebbe il caso di tralasciare le definizioni canoniche di stagioni nel settore high fashion e guardare a un nuovo concept che si adatti ai ritmi frenetici in cui viviamo, senza preoccuparsi di rientrare in etichettature che risultano decisamente fuori moda.

Chissà se questa idea verrà condivisa in tempi recenti da altre aziende, che ancora una volta potrebbero prendere spunto da colossi dello streetwear come Supreme che nello stesso drop settimanale rilascia canotte e bomber trapuntati.