Fashion

I brand degli anni 2000 che (non) vorremmo veder tornare

Articolo di

Giorgia Monti

T-shirt Guru, minigonna Miss Sixty, Carrera bianchi e cintura logata D&G

POV: sei un adolescente negli anni 2000. I Chad e le Stacy della generazione Z di oggi prima venivano incarnati da Millennials che stavano scoprendo i telefoni a conchiglia e volevano somigliare a tutti i costi a Paris Hilton. I look erano inconfondibili, non solo per le ragazze.

Brand come Frankie Garage o Scorpion Bay incarnavano perfettamente un certo tipo di persona, proprio quella di cui ogni ragazza si sarebbe innamorata. Quella storia d’amore intramontabile che vede protagonisti le “miss” e i “tamarri”, un po’ alla Babi e Step di “Tre metri sopra il cielo”. 

Ora, grazie al recente avvento dello stile anni 2000, brand nati proprio in quegli anni stanno tornando ritagliandosi il loro spazio nell’immaginario collettivo. Nessuno avrebbe mai pensato che ad andare di moda oggi sarebbero state le tute rosa in ciniglia di Juicy Couture o che Monella Vagabonda avrebbe scritto un nuovo capitolo della storia del marchio. Questa tendenza glamour e ipersessualizzata, soprattutto in Italia, esorcizzava un momento storico irrequieto e instabile: era un dispositivo escapista che con l’ascesa del fast fashion e l’importanza della nascente celebrity culture è riuscita a fare breccia nel cuore di tutti. E se parliamo di anni 2000, l’unico cuore che ricordiamo tutti è quello iconico del brand Sweet Years

Ma siamo davvero pronti a far tornare nei nostri armadi tutto quello che abbiamo cercato di evitare negli ultimi anni? Proviamo ad immaginare un mondo in cui i jeans Angel Devil che abbellivano le tasche posteriori con ali d’angelo sono i nuovi Dickies 874.

È il 2003 e mentre le classifiche musicali vengono dominate da “Jenny From The Block” di Jennifer Lopez e “I Know What You Want” di Busta Rhymes, nasce uno dei brand che ha segnato lo stile italoadolescenziale: Monella Vagabonda. Fondato da Gino Gorgoglione, il marchio, proprio come l’R&B che spopolava ai tempi, è stato in grado di rappresentare un’estetica precisa colpendo il desiderio dei consumatori e dando vita a un ideale di stile e di persona. 

Le campagne pubblicitarie riscuotono un notevole successo grazie alla presenza di testimonial d’eccezione come Eva Henger o Anna Tatangelo, il connubio perfetto tra glam-pop e trash.

Del resto, il mondo sta scoprendo – e amando – i reality show, ognuno vuole diventare un vip e i fatti di cronaca rosa sono quelli che attirano più attenzione, dal matrimonio di Totti e Ilary alla scoperta di una nuova meteora quale Belen Rodriguez. I modelli da ammirare sono quelli dei tronisti e delle veline, gli adolescenti aspirano ad essere il nuovo Costantino Vitagliano o la nuova Miss Italia, tutto trasuda di gel per i capelli, lacca e brillantini.

Ed è in un immaginario così ben definito che brand come Monella Vagabonda sono riusciti ad alimentare il sogno e oggi, grazie al ritorno del Y2K, si sta ripresentando. Dopo l’innegabile successo, il brand è stato dimenticato per anni: il cambiamento del mercato, come anche della televisione, ha intaccato l’amore frenetico che ci ruotava attorno, sancendo così la fine di un mito. Fino a quando, recentemente, un nuovo team composto da Ettore Gorgoglione, erede del fondatore, e Mara Russo, direttrice creativa, ha scelto di collaborare con Valentina De Zanche, designer emergente. Il progetto ha come obiettivo quello di dare una nuova vita all’universo Monella e ai capi che ne hanno fatto la storia, ora però in un contesto più fluido e aperto. L’intenzione, infatti, è quella di ironizzare ed esorcizzare gli eccessi che hanno caratterizzato gli anni 2000. Ricorderemo tutti il mental breakdown di Britney del 2007 o le paparazzate a Lindsay Lohan e Paris Hilton. 

Questo ritorno nostalgico degli anni Zero si è trasformato in una sorta di golden age della moda. A ripresentarsi oggi non sono solo i trend ma appunto i brand stessi che hanno deciso di cavalcare l’onda dell’influenza del nuovo millennio. Dagli iconici trucker hat Von Dutch alle t-shirt con la margherita Guru. E proprio quest’ultimo, si è riproposto protagonista in occasione della primavera estate 2022.

Il brand è stato recentemente acquistato da Gianluca Sessarego che, avendo intuito il suo potenziale, vuole far tornare la margherita sulla cresta dell’onda. Le magliette, le cui vecchie edizioni sono già presenti in tutti i vintage shop, accompagneranno quindi la prossima stagione estiva.

Ma se da un lato assistiamo a un ritorno dal passato che potrebbe riscrivere il presente, dall’altro vediamo da lontano e ricordiamo beatamente tutto ciò che invece, per fortuna, non è tornato. Solo perché ora va di moda lo stile anni 2000, non è detto che in tutti i casi questo sia un bene. Probabilmente nessuno vorrebbe tornare a indossare canotte della Jonk 46 o t-shirt della Duff. E le felpe Rams 23? Il nome del brand si ispirava a una squadra di football americano, peccato che il placcaggio sia stato innegabile e il touchdown non sia mai stato segnato – dopo il sequestro di oltre un milione di capi per contraffazione. 

Sicuramente non assisteremo al revival di tutti i brand degli anni 2000, ma questo, in certi casi, non è un male.