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Niente playoff per Lebron James e i suoi Lakers: capiamo il perché

Articolo di

Vittorio Tomasella

Quando Lebron James, reduce da 8 finali consecutive, si trasferì al sole di Los Angeles in estate, in molti si domandavano se i Lakers sarebbero stati in grado di sconfiggere i Golden State Warriors in finale di Conference, nessuno invece ipotizzava che i Lakers, i playoff, non li avrebbero nemmeno giocati. Andando indietro con la memoria, fin dall’inizio Lebron aveva chiesto pazienza per una squadra in ricostruzione, imbottita di giovani e di giocatori con contratti annuali, ed è giusto ricordare come alcuni (pochi) commentatori ed esperti consigliassero di essere prudenti parlando dei nuovi Lakers.

L’impietosa classifica giallo-viola, però, al momento dice 11° posto, nessuna possibilità di raggiungere i playoff, record inferiore al 50% (31 W-36 L), e se non bastasse ci sono i cugini-rivali dei Clippers ad occupare quell’ultima posizione in classifica che vale la presenza nella post-season. Il mancato aggancio ai playoff ora può sembrare uno scenario fallimentare (e probabilmente lo è), però prima di puntare il dito contro Lebron proviamo a contestualizzare e trovare le motivazioni di questo flop.

Innanzitutto questo è il primo anno in cui il Prescelto si trova a giocare nella Western Conference, il cui livello tecnico è nettamente superiore a quello della Eastern, dove Lebron James ha giocato per tutta la sua carriera e dove è decisamente più facile conquistarsi un posto ai playoff. Oltre a questo fattore, a parte la prima esperienza ai Cavs quando era la giovane stella di una squadra che ruotava intorno a lui, Lebron è sempre stato abituato ad avere una o più star ad affiancarlo. Da Wade a Irving, passando per Bosh e Allen, c’è sempre stato qualcuno pronto a sostenerlo tecnicamente o mentalmente nei momenti difficili, cosa che a 34 anni ed in una Conference più tosta, quest’anno non è accaduto. I due veterani (Rondo e Stephenson) arrivati in estate, volenti o nolenti, non sono stati all’altezza di questo compito, mentre i giovani (da Ball a Kuzma) non avevano l’esperienza necessaria per reggere certe pressioni.

Ma c’è di più, ad iniziare dagli infortuni che hanno colpito per tutta la stagione i Lakers. Lonzo Ball ha passato gran parte delle sue giornate in infermeria e ha finito anzitempo la regular season; Rajon Rondo ha subito una doppia frattura alla mano; Brandon Ingram ha saltato svariate partite per poi finire anticipatamente la stagione a causa di una trombosi venosa nel braccio e infine lo stesso James ha dovuto saltare 17 partite consecutive per un infortunio all’inguine nel miglior momento della squadra. Ma gli acciacchi non giustificano le statistiche imbarazzanti oltre l’arco della squadra (componente fondamentale nella NBA odierna), con il solito Lebron James a tirare la carretta con il 34,6% da tre, lui che è sempre stato abituato a smarcare i compagni per il tiro piuttosto che concentrarsi su di esso, così come non giustificano una difesa discutibile che incassa 109. 2 punti di media ogni 100 possessi. Ed è qui che le colpe scivolano addosso all’altro capro espiatorio, cioè l’allenatore, quel Luke Walton prima osannato per il proprio passato vincente in maglia giallo-viola e poi condannato per la sua gestione. Il peccato capitale di Walton sarebbe quello di non aver dato un’identità alla squadra, come se con LBJ fosse facile trovare un sistema di gioco che non sia Lebron-centrico o che non sia il solito “palla in mano a Lebron e poi vediamo cosa succede”. A fine stagione farà le valigie, ma non sarà facile trovare la figura giusta.

Difficile, poi, non puntare il dito contro la dirigenza, colpevole di non aver costruito un cast all’altezza e aver sopravvalutato alcuni elementi del roster. In un momento delicato della stagione i dirigenti hanno pensato bene di mettere in piazza la voglia di acquistare Anthony Davis, in uscita dai Pelicans, per il quale sono stati apertamente e pubblicamente offerti una serie di giocatori, che ovviamente non hanno preso bene la notizia, spaccando uno spogliatoio già privo di chimica.

Accolto come il messia, James non è riuscito a far tornare il sorriso ai tifosi dei Lakers, da sempre abituati troppo bene e che con lui in squadra si aspettavano una decisa inversione di marcia dopo gli ultimi deludenti anni coincisi con il ritiro dell’idolo Kobe Bryant. A voler essere cinici, con Lebron James il risultato è stato lo stesso degli anni precedenti, cioè più sconfitte che vittorie e mancato aggancio ai playoff, ma se vogliamo essere razionali e analizzare i numeri risulta difficile criticarlo, infatti come sempre le statistiche sono dalla sua parte, risultando essere il miglior tiratore e il leader della squadra per media punti (27.3), assist (8.0) e rimbalzi (8.7).

Ora bisogna capire come prenderà questo fallimento il Prescelto, che in pochi giorni è passato dall’euforia per aver sorpassato Michael Jordan nella classifica dei migliori marcatori della Lega, a questa delusione. L’ultimo grande fallimento di King James risale alla stagione 2011, quando da super favoriti i suoi Miami Heat persero in finale contro i Dallas Mavericks e il giocatore passò l’estate a lavorare in silenzio per tornare più forte di prima (vincendo il titolo l’anno successivo). Spetterà poi alla dirigenza il compito di costruire una squadra più competitiva grazie a uno spazio salariale enorme e a un mercato dei free agents che promette parecchi fuochi d’artificio.