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Nike Air Foamposite – la scarpa aliena con cui Nike ha rischiato tutto

Articolo di

Marco Rizzi

Fonti, foto

Nike, Department of Nike Archive, Gwarizm, NBA, NCAA

Nei ventiquattro anni trascorsi dalla sua release originale, la Air Foamposite One è diventata uno dei simboli di Nike Basketball, il tutto con un branding praticamente nullo e senza essere un reale pro model, nonostante l’ovvia associazione con Penny Hardaway. Nel 1997 la complessa struttura della Foamposite, e la sua estetica mai vista prima, hanno reso il modello sinonimo della spinta evolutiva e del design all’avanguardia di Nike, un’immagine più forte di qualunque swoosh o testimonial.

Grazie all’apparizione a sorpresa sulla passerella della sfilata di Comme des Garçons HOMME PLUS e alla forte “influenza” su uno dei modelli dell’ultima collezione Louis Vuitton presentata da Virgil Abloh, oggi siamo tornati a parlare di Foamposite. L’assenza dai cataloghi Nike per qualche anno, però, ha fatto sì che parte del pubblico più giovane interessato alle sneakers non conosca il modello, dando carta bianca a Nike per costruire un nuovo tipo di storytelling.

Le origini della Air Foamposite sono molto particolari. Eric Avar, uno dei designer più promettenti di Nike Basketball, venne messo a capo dell’Advanced Product Engineering Team con l’obiettivo di creare la nuova scarpa ultraleggera dello Swoosh. Tra i membri della squadra formata da Avar c’era anche Tory Orzeck, visionario designer che negli anni successivi darà la luce alla Nike Air Moc ACG e alla Air Footscape.

Il processo di sviluppo di quella che oggi conosciamo come Air Foamposite durò quasi tre anni e richiese un impegno economico enorme da parte di Nike. Dopo diversi tentativi con materiali tradizionali, osservando una custodia a scatto per occhiali Eric Avar ipotizzò che era possibile costruire una tomaia in un pezzo unico di plastica sagomata pressofusa, disegnata in modo da essere leggera e rigida, ma con punti di torsione abbastanza morbidi da consentire al piede di muoversi. In quest’ambito fu fondamentale il ruolo di Tory Orzeck, grazie alla sua precedente esperienza come designer per GE Plastics svolta prima dell’ingresso in Nike.

Fin dall’inizio in pochi credevano che il progetto Foamposite fosse realizzabile. Alla poca fiducia da parte degli executive Nike si sommò lo scetticismo da parte dei fornitori asiatici del brand, che ritenevano impossibile realizzare una scarpa secondo le specifiche ideate da Eric Avar e il suo team.

Il nuovo progetto si rivelò immediatamente molto ambizioso: i primi tentativi di costruire una tomaia rigida in un unico pezzo fallirono ma la soluzione arrivò grazie a Daewoo. Il gruppo industriale sudcoreano, impegnato non soltanto nell’automobilismo ma anche in ambiti che spaziano dall’elettronica alla produzione di navi, disponeva delle tecnologie necessarie a realizzare degli stampi molto particolari ed estremamente costosi, che permettevano di iniettare la plastica in più fasi e ottenere uno spessore tale da garantire sia solidità che flessibilità.

Le difficoltà a livello produttivo erano enormi. Prima di tutto il materiale plastico utilizzato per la tomaia veniva preparato allo stato liquido ed era necessario conservarlo a temperatura controllata. Poi, gli stampi sviluppati da Daewoo e prodotti per ogni singola taglia prevista, costavano circa 750.000 dollari l’uno.

Secondo quanto raccontato dai protagonisti di questa storia, la prima Foamposite era destinata a Scottie Pippen. Il giocatore dei Chicago Bulls si era assunto la responsabilità delle sorti della sua squadra durante il primo ritiro di Michael Jordan ed era uno dei componenti di punta della selezione statunitense che si sarebbe presentata al torneo maschile di basket alle Olimpiadi di Atlanta 1996. Nike aveva quindi deciso che era il momento di affidare una signature line al numero 33 e, secondo le loro intenzioni, la Foamposite sarebbe diventata il modello inaugurale di questa nuova linea. Di certo non una scelta casuale per lo Swoosh: fino a quel momento Pippen era stato per Nike il volto della linea Huarache Basketball prima e di quella Dynamic Flight poi. Modelli stabili e molto leggeri, adatti a giocatori mobili e sempre in movimento come Pippen. È a questo punto che per Nike arriva il più classico dei momenti Sliding-Doors. Oltre ad occuparsi del progetto Foamposite, Avar era anche l’head designer della signature line di Anfernee “Penny” Hardaway. La leggenda narra che durante un meeting fissato prima dell’inizio delle Olimpiadi di Atlanta fissato per accordare alcuni dettagli riguardanti lo sviluppo della futura Air Penny 3, Hardaway vide un sample della Foamposite nel borsone di Avar e si innamorò perdutamente del nuovo modello, tanto da arrivare a chiedere di poterne diventare il volto al posto di Pippen. La storia darà ragione al numero 1, che legherà la sua immagine per sempre alla Air Foamposite, mentre la linea Pippen arriverà puntuale sugli scaffali nel 1997 (sviluppata parallelamente sia in versione Air Max che in versione Zoom Air, in maniera omologa a quanto fatto con la Air Foamposite).

Nonostante l’importante endorsement di Penny Hardaway, la Air Foamposite One fu tutt’altro che un successo. I costi esorbitanti affrontati da Nike sia in fase di sviluppo, che in fase di produzione, obbligarono Nike a produrre pochissime paia e presentarle nei negozi con l’esorbitante retail price di 180 dollari più tasse (circa $300 odierni più tasse). In occasione della release in Svezia, Nike realizzò un’iconica campagna pubblicitaria con cui raccontò ai clienti nordeuropei che solo centocinquanta paia di Foamposite erano state destinate al paese scandinavo, al prezzo di 2099 Corone (circa €365).

La Nike Air Foamposite One “Neon Royal” fece il suo debutto ufficiale sul parquet il 23 marzo 1997 ai piedi di Mike Bibby degli Arizona Wildcats, durante la vittoria contro Providence alle Élite 8 del Torneo NCAA. Hardaway indossò la “Neon Royal” per la prima volta su un campo NBA qualche giorno dopo, violando le rigide regole NBA riguardo divise, scarpe e accessori: il board della lega giudicò la Foamposite “troppo blu”, obbligando Penny a disegnare delle strisce nere con un pennarello nelle scanalature della tomaia. Questa particolare versione della Foamposite One acquistò immediatamente il nickname “Sharpie” ed è stata riproposta da Nike qualche anno fa in un pack celebrativo.

Visti gli scarsi risultati ottenuti con la vendita della Air Foamposite One, Nike decise di distruggere i preziosi stampi realizzati da Daewoo, convinta che non si sarebbe mai ripresentata l’occasione in cui sarebbero tornati utili. Ciò che lo Swoosh non poteva immaginare è che il prezzo altissimo e le poche paia disponibili resero la Foamposite One uno street classic, scelto da molti per ostentare la propria disponibilità economica, spesso ottenuta con metodi non proprio legali.

Nonostante il flop, Nike comprese le potenzialità della nuova tecnologia e decise di proseguire nello sviluppo di nuovi modelli utilizzando tomaie in Foamposite. Sempre nel 1997 uscì la Foamposite Pro: prima Foam a essere indossata durante un’All-Star Game, da Tim Duncan nel 1998 a New York. L’anno successivo, complice l’avvento dell’Alpha Project, arrivò sugli scaffali il primo capitolo della linea Flightposite con testimonial un giovanissimo Kevin Garnett, che indossò la seconda versione del modello durante le Olimpiadi di Sidney 2000.

Come spesso accade, nonostante l’accoglienza iniziale, oggi la Foamposite è considerata un classico, dentro e fuori dal campo da basket. La creazione di Eric Avar è riconosciuta come uno step fondamentale per l’evoluzione dello sneaker design, non soltanto sui parquet ma anche in altri ambiti sportivi. Molto probabilmente la Foamposite è uscita troppo presto, ma la primavera del 1997 è stata il momento ideale per dimostrare al mondo che il futuro stava arrivando.

Periodicamente Nike prova a rilanciare la Air Foamposite cercando di farla apprezzare anche al di fuori della nicchia di amanti del retro basketball e appassionati di design. Nel 2012 è salita alla ribalta delle cronache a causa dei disordini legati alla release della Air Foamposite One “Galaxy”, esperienza ripetutasi nel 2015 all’uscita delle due colorway realizzate da Supreme, sospesa dal brand newyorkese che richiese l’intervento del NYPD per disperdere la folla che attendeva le scarpe fuori dal negozio di Lafayette Street a Manhattan. Il coinvolgimento di Comme Des Garçons, che ha deciso di lavorare in maniera inedita con le forme piuttosto che con i colori, ha fatto parlare molto sui social e fa ben sperare.

Che sia questa la volta buona? Forse la Foamposite è tornata per restare.