Quanto sei informato su quello che indossi?

Articolo di

Giovanni De Cicco

In un’epoca come la nostra, caratterizzata da una sconfinata globalizzazione, dalla facilità di commercio internazionale e dall’influenza d’opinione di qualsiasi personaggio in rete e che domina il potere d’acquisto delle masse, l’inevitabile conseguenza del contesto storico e sociale che stiamo vivendo è la voglia di possedere qualcosa di nuovo da sostituire ben presto con l’esigenza di avere qualcosa di ancora più nuovo. Ma è anche l’antitesi per eccellenza di ciò che sta accadendo al nostro pianeta, saturo di come ne abbiamo abusato sinora e ai quali ripetuti input abbiamo voltato le spalle per fin troppo tempo.

Siamo ormai chiamati a fare tutti la nostra parte e a prendere posizione, a partire dalle nostre abitudini quotidiane, fino alle nostre passioni e i nostri momenti di svago. C’è tanto che possiamo fare per dare una mano al nostro futuro. Anche come ci vestiamo e le scelte che prendiamo, relativamente a questo ambito, possono fare la differenza e bisogna essere consapevoli che il concetto di sostenibilità può ormai essere applicato su ogni fronte della nostra routine quotidiana.

Una bottiglia di candeggina del 1960 rinvenuta sulle spiagge di Brindisi a settembre 2021

L’aspetto interessante dell’introduzione di un meccanismo sostenibile in ambito fashion, è che questo cambiamento può modificare in maniera significativa la visione, il consumo e il modo di vivere la moda nel nostro quotidiano. Seppur un cambiamento che parla inevitabilmente di innovazione sotto molteplici aspetti, strizza anche l’occhio – come sempre accade in questo settore e in ogni epoca – al passato, che diventa elemento fondamentale di questo nuovo ecosistema. L’aspetto innovativo riguarda principalmente i vertici dell’industria, ma in realtà quello che può influenzare maggiormente il nostro modo di vivere la moda nella nostra routine è un qualcosa che esiste da sempre e che sempre farà parte, più genericamente, del settore del commercio: la compravendita dell’usato. Eppure, niente di nuovo fin qui. Ma se analizziamo ogni aspetto nel dettaglio, ci accorgiamo che possiamo vedere tutto sotto un’altra ottica. 

Per muoversi agevolmente tra la terminologia e per conferire dignità ai capi “usati” (o second hand), protagonisti di questa rivoluzione, si è deciso di affidar loro il nome di capi pre-loved, categorizzando in questo modo i capi di produzione più recente. Infatti, facciamo attenzione a limitare lo sdoganamento del termine vintage, in quanto un capo può essere certificato come tale a partire dal suo ventesimo compleanno. Se invece dovessimo – con non poca fortuna – imbatterci in un capo che ha raggiunto i 50 anni di produzione o più, avremo per le mani un pezzo che si può definire antico

La concezione che un capo se appartenuto a qualcuno non sia degno di attenzione e di riscatto, è un’ottica retrograda e poco lungimirante. Invece limitarci alla proposta della settimana o al fit dell’influencer che seguiamo, ponendo la nostra attenzione a capi pre-loved, abbiamo la possibilità di addentrarci e di scoprire molto più dell’ambito fashion, ed è un’opportunità che non va ignorata. A venirci in soccorso ci sono ormai tante app create ad hoc per la compravendita di capi second hand e che giocano un ruolo importantissimo nel business del fashion. Basti pensare a Grailed, Vestiaire Collective, Depop e la nuova arrivata Vinted, giusto per citarne alcune. Navigando su queste app e facendo una ricerca approfondita accompagnata dal nostro gusto personale, abbiamo la possibilità di venire a conoscenza di collezioni passate, molto spesso dimenticate, ma incredibilmente attuali ed intriganti; abbiamo modo di scoprire pezzi rari di importanti designer, che nel quotidiano ci sarebbe impossibile incontrare; abbiamo l’opportunità di entrare in contatto con curiose nozioni in merito alla storicità, al percorso artistico, all’evoluzione stilistica e al progresso di un determinato designer o brand. L’acquisto di un capo pre-loved, quindi, presuppone una consistente ricerca (che sia fisica, presso stores e boutique o che sia digitale sfogliando app) preceduta da un percorso di conoscenza dei capi che stiamo cercando o scoprendo, a cui segue un processo di apprezzamento di un determinato stile o di quello che abbiamo trovato. Inoltre, quando acquistiamo un articolo usato allunghiamo la sua vita di circa 2,2 anni, secondo dati pubblicati da Patagonia, il noto brand statunitense specializzato in abbigliamento outdoor, ormai da tempo impegnato nell’importante e solida campagna “Worn Wear” che si prefissa l’obiettivo di prolungare la durata dei prodotti.

ll cortometraggio di Patagonia che invita a ragionare sulla frenesia dello shopping

È uno sbocco importante per l’intero complesso meccanismo dell’industria del fashion ed è alla portata di tutti, e deriva “semplicemente” dal vissuto di ognuno di noi, dalle scelte che abbiamo fatto negli anni in materia di acquisti e dall’evoluzione, o conferma, dei nostri gusti personali; è, inoltre, una chiave di lettura vitale per questo ambito, che si basa sulla ciclicità delle tendenze e delle influenze storiche e che crea in tal modo una solida connessione tra le varie epoche e le persone che ne fanno parte, attori principali dei veri trend di massa e delle rivoluzioni stilistiche.

Questo piccolo grande circuito di compravendita – per l’appunto sharing economy – alimentato da accordi tra privati, incentivato dal sostegno tecnologico con l’utilizzo di app realizzate per questo settore e supportato da una fitta rete fisica di negozi e boutique diramate per tutto il globo che promuovono l’acquisto di abiti pre-loved, pone le basi per la realizzazione dello scopo principale che veicola il messaggio di sostenibilità in ambito fashion: prolungare il più possibile la vita di ogni singolo capo di abbigliamento. Non dismettendo come prima opzione un capo a cui non siamo più interessati, ma permettendo che qualcun altro ne entri in possesso, stiamo rendendo giustizia a quel singolo prodotto, al design che c’è dietro e alla produzione che c’è stata per realizzarlo. Continuerà ad essere utilizzato e apprezzato nel tempo, e questo gesto, nel suo piccolo, avrà permesso un risparmio sia sotto l’aspetto produttivo di qualsiasi piccola o grande azienda e sia nel dispendio delle ormai limitate risorse del nostro pianeta.

Un altro snodo fondamentale è l’aspetto produttivo che le aziende sono chiamate a mettere in discussione e ad attualizzare. Finora è stato caratterizzato da un modello economico lineare basato sulla formula TAKE – MAKE – DISPOSE che presuppone la necessità di utilizzare in ambito produttivo sempre maggiori quantità di risorse e di energia, con la convinzione di poterne attingere indisturbati da un deposito naturale infinito e a nostra perenne disposizione. In natura non c’è un bacino di risorse illimitate e come per tutte le cose che la riguardano, c’è bisogno di determinati cicli vitali, tempi indefiniti e lavoro incessante di ecosistemi naturali affinché queste risorse siano garantite nel tempo. Secondo un rapporto del 2019 delle Nazioni Unite, ci vogliono circa 7.500 litri d’acqua per fare un singolo paio di jeans, quantitativo di acqua che in media una persona beve in 7 anni di vita. 

Un impianto bangladese di una fabbrica di abbigliamento a Gazipur, Dhaka (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Il meccanismo di produzione, quindi, è chiamato ad una completa riprogettazione e rivoluzione che coinvolge ogni pedina dell’assetto produttivo. A partire dai designer. Infatti, già dalla fase iniziale di progettazione di un capo si manifesta la necessità di idearlo in funzione del suo successivo riutilizzo e della sua futura dismissione – e delle procedure che ne conseguono – e la produzione a sua volta dovrà tener conto di questi passaggi fondamentali. E non basta un’accurata selezione di materie prime, bisogna affiancarle a una realizzazione consapevole, in quanto se un capo è stato assemblato con fibre miste, ad esempio, queste ultime nella fase di dismissione saranno quasi impossibili da separare, complicando e allungando notevolmente il tentativo di riutilizzo del capo stesso, che in molti casi dovrà essere semplicemente distrutto.

L’impiego di sostanze chimiche e inquinanti in fase di produzione è esasperatamente elevato. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), si stima che a livello mondiale l’industria sia responsabile dello scarico di 300-500 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri rifiuti nelle acque, ogni anno. E questo problema, unitamente con la crescente delocalizzazione della produzione avvenuta negli ultimi 50 anni verso paesi come la Cina, nei quali non vige una severa legislazione che mira ad arginare sprechi e impiego di procedimenti e sostanze altamente inquinanti, ha portato ad un aumento esponenziale del tasso di inquinamento dei corsi d’acqua in questi paesi. Tant’è che la Cina riscontra uno dei tassi di inquinamento idrico dei peggiori al mondo, con il 70% dei suoi fiumi, laghi e bacini d’acqua interessati, secondo le pubblicazioni di Greenpeace in riferimento alla loro Detox Campaign. 

Una delle campagne di Greenpeace per evitare l’inquinamento dei corsi d’acqua

Tornando alla progettazione dei capi, invece, i designer hanno il compito di ideare prodotti che abbiano una spiccata versatilità, con il fine ultimo di garantir loro già in partenza una vita duratura. Basti pensare che solamente sfruttando per 9 mesi in più ogni singolo capo d’abbigliamento, si può arrivare a ridurre il consumo di carbonio, di rifiuti e di acqua del 20-30%, come viene riportato nel podcast curato da Vogue Italia intitolato The Sustainable Way.

Numerose sono le grandi multinazionali che stanno cercando di aggiornare quanto prima il meccanismo produttivo interno, accompagnando questa innovazione con accurate campagne internazionali di riutilizzo dei capi second hand da loro prodotti. Il gigante giapponese Uniqlo ha dato vita recentemente al programma Recycle-Reuse-Reduce che consiste nella raccolta di abbigliamento Uniqlo da tutto il mondo per trasformarlo in nuovi prodotti o, affiancati da partners esterni (come la UNHCR, United Nations High Commissioner for Refugees), per ridistribuirlo – non prima di averlo accuratamente analizzato – a rifugiati, vittime di disastri e bisognosi di tutto il mondo. Per permettere che questo avvenga è stata messa a punto una strategia minuziosa, che parte dai loro stores dove avviene una raccolta di abiti usati, che verranno poi smistati tra quelli riutilizzabili e quelli da riciclare, e successivamente classificati secondo 18 dettagliate categorie, tra cui stagionalità, genere, taglia, clima, cultura e religione. Alcuni subiranno un processo altamente specializzato per dar vita a nuovi capi e altri verranno impiegati per la produzione di carburanti alternativi per ridurre l’emissione di CO2.

La campagna recycle-reuse-reduce di Uniqlo

La nuova visione produttiva, supportata dal consolidarsi della sharing economy, deve quindi tener conto di numerosi aspetti che dovranno partire dalla scelta di materie prime riciclate provenienti da filiere di recupero, che dovranno essere adottate in un processo di produzione lungimirante con un occhio al futuro del capo. E queste sono solo una piccola parte delle innovazioni che l’industria fashion sta cercando, non con poca fatica, di introdurre e che non riguardano solamente l’aspetto tecnico-produttivo ma prevedono soprattutto un cambio di mentalità nell’approcciarsi ad ogni step del ciclo di vita di un capo di abbigliamento.