Fashion

Storia della t-shirt, il capo più universale di sempre

Articolo di

Ruben Di Bert

Il capo d’abbigliamento più democratico e universale di sempre, che tutti, ma proprio tutti, indossano continuamente, forse senza dare troppo valore alla sua importanza storica e culturale, è la t-shirt. Un capo che supera decisamente i confini della moda nel senso più stretto del termine e accompagna il percorso della società moderna in tutte le sue fasi, come un testimone onnipresente pronto a influenzare i cambiamenti. Semplice per definizione, essenziale, eppure veicolo di infinita creatività e libertà d’espressione. Dietro a una comune maglietta girocollo a maniche corte si cela un percorso evolutivo alquanto significativo che probabilmente non tutti conoscono.

È piuttosto complicato definire precisamente la sua data di nascita; dei suoi simil-antenati (in realtà più vicini alla forma del body) si possono trovare già nel Settecento e nell’Ottocento indosso ai marinai della British Royal Navy. Tuttavia per convenzione il brevetto di un prodotto assomigliante in tutto e per tutto all’odierna t-shirt è stato registrato nel 1904 dalla Cooper Underwear Company che, sulla base di una tuta/calzamaglia, elaborava il modello separando la parte del busto da quella delle gambe, togliendo i bottoni e inventando così la Bachelor Undershirt, un pezzo di biancheria intima in jersey di cotone destinato perlopiù agli scapoli. Grazie alla sua innovativa praticità e alla facilità del lavaggio, ma soprattutto alla fascia di prezzo modestissima, viene ben presto associata alla classe operaia, che non troppo curante del senso estetico la “esibisce” preferendo la praticità al decoro. Dunque si passa dall’intimo al workwear in modo del tutto spontaneo e da lì non molto tempo dopo subentra pure l’ambito militare.

Fino a questo punto ci siamo soffermati sulla nascita del prodotto in sé e per sé, tralasciando volutamente la sua origine etimologica. Perché? Perché i due eventi non combaciano: si dice infatti che il termine “t-shirt” sia stato coniato nel 1920 da Francis Scott Fitzgerald che, in un passo del romanzo “Di qua dal Paradiso”, usa per la prima volta la parola t-shirt per descrivere al lettore con immediatezza l’immagine di quella maglia a forma di T sempre più diffusa in giro.

Come anticipato, un ulteriore passaggio arriva nel 1910 quando la U.S. Navy adotta la t-shirt nell’uniforme dei suoi militari, che sappiamo essere un derivato più o meno diretto dell’abbigliamento da lavoro. In quel periodo anche l’esercito americano si rifornisce di magliette a maniche corte stringendo un accordo con l’azienda specializzata Hanes. Passano circa trent’anni e finito il periodo della Seconda Guerra Mondiale i soldati statunitensi tornano trionfanti nella loro patria portando con sé un clima di spensieratezza che influirà anche nel costume di tutti i giorni, il quale progressivamente abbandonerà la rigidità della formalità orientandosi verso un approccio più casual e dunque le t-shirt, complice l’immagine dei combattenti prestanti e virili, entrano con un certo fascino nel guardaroba comune.

Per arrivare però alla sua diffusione totale e definitiva servirà il contributo del cinema, che stava vivendo il culmine dell’età d’oro hollywoodiana. Il primo passo di questo consolidamento arriva nel 1951 con l’uscita del film “Un tram chiamato desiderio“, il quale affronta temi tabù dell’epoca attraverso il personaggio di Stanley Kowalski, un uomo rude, alcolista, ma dal forte sex appeal con indosso un’aderente t-shirt bianca e Levi’s 501, interpretato da un giovane Marlon Brando. Lo stesso accadrà con James Dean nel cult “Gioventù Bruciata“, ennesimo esempio di quella figura di “bello e dannato” pronto a distruggere le conformità del periodo. Finalmente però il capo supera anche le barriere di genere e si ritaglia uno spazio all’interno dell’immaginario femminile, merito di una meravigliosa Brigitte Bardot che in “Vita Privata” sfoggia in tutta naturalezza una tee, risultando sorprendentemente attraente.

Di pari passo al cinema c’è la musica e anche in questo caso la t-shirt viene coinvolta a partire da Elvis Presley, il quale, tra l’altro, sancirà l’inizio del fenomeno del merchandising legato alle rockstar, che qualche decennio dopo troverà il suo apice con band quali i Metallica, gli Iron Maiden ecc… e continuerà a vivere nell’ispirazione di altri generi musicali (vedi il merch di “YEEZUS” di Kanye West e del “Purpose Tour” di Justin Bieber); ma anche artisti come Kurt Cobain e Bruce Springsteen, che nel nome di uno stile sbarazzino tipicamente rock useranno con gran piacere la t-shirt nei loro outfit.

Ma quando si parla di musica degli anni ’60 e ’70 viene spontaneo tener conto di tutte le sottoculture a essa legate, le quali, molto probabilmente, hanno avuto un ruolo centrale nell’elevazione della t-shirt a fenomeno culturale. Quel capo diventa infatti un vettore espressivo più concettuale, oltre che estetico, per screditare la generazione precedente e le loro faziose giacche e camicie che di elegante avevano solo l’aspetto esteriore. Gli hippie, per esempio, ci dipingeranno i loro pensieri psichedelici di pace con la tecnica tie-dye, mentre i punk, sfruttando l’invenzione della serigrafia, ci stamperanno sopra slogan sovversivi.

E proseguendo la storia, chi è che ha costruito un modello di moda basato sulle controculture? Lo streetwear. Tra gli anni ’80 e ’90, le magliette a maniche corte erano ormai il capo più diffuso nel guardaroba di chiunque, complice anche la crescita di marchi come Tommy Hilfiger, Gap, Champion e Nike, che la useranno come il mezzo più efficace per rendere un prodotto immediatamente riconoscibile, grazie anche al dilagare della cosiddetta logo-mania. Tra tutti però sono due i brand che probabilmente sono riusciti a esprimere al meglio il valore della t-shirt nella totalità del fashion system: il primo è Supreme, che nel 1994 ampliava il suo skate shop lanciando un brand destinato a rivoluzionare il sistema con la sua Box Logo, una maglietta piuttosto basic ma dal fortissimo impatto, che inizialmente veniva venduta a $20 e subito dopo, complice il ruolo di status symbol, è riuscita a toccare cifre di resell pari a migliaia di dollari, tra innumerevoli varianti e collaborazioni; il secondo invece è UNIQLO, azienda pioniere del fast fashion che, seguendo i valori tradizionali giapponesi di longevità, qualità e semplicità, inventa un modello di business basato sull’idea di elevare ed esprimere la personalità di ognuno di noi attraverso un abbigliamento funzionale e accessibile. Per farlo, si rende conto che esiste un capo più indicato degli altri, ovvero la t-shirt e così decide di dedicare a essa un intero reparto chiamato UNIQLO UT, con NIGO come direttore creativo, che negli anni, restando fedele al motto “Wear Your World“, utilizza il cotone come un mezzo di comunicazione per descrivere sé stessi e le proprie passioni.

Dallo streetwear all’alta moda il passo è breve e, senza che sia trascorso troppo tempo, una fusione più che naturale avverrà partendo, guarda caso, proprio dalla t-shirt, sempre più presente nei prestigiosi défilé, a cominciare da quello di Chanel del 1991, con un Karl Lagerfeld in piena forma, che ispirandosi all’originalità e all’anticonformismo di mademoiselle Coco, posiziona un’inaspettata t-shirt bianca sotto un tailleur in tweed indossato da Linda Evangelista. Da lì in poi, gli esempi sono pressoché infiniti: Dior, Yves Saint Laurent, Balenciaga, Versace, Gucci, Louis Vuitton, senza tralasciare la corrente del minimalismo portata avanti da Helmut Lang e Armani. Dunque si passa dalla mera funzionalità a una vera e propria scelta di stile, che attraverso il gioco di forme, volumi, materiali e colori stabilisce un nuovo ideale di lusso.

Possiamo dire che la t-shirt ci abbia migliorato la vita quotidiana, e sia mutata di volta in volta allo stesso livello del contesto circostante, come un fedele compagno in cui, senza troppi dubbi, ci rispecchieremo per sempre.