Travis Scott e la storia di un fenomeno della musica a cui la musica sta stretta

Articolo di

Riccardo Primavera

Solo qualche giorno fa Travis Scott ha compiuto 28 anni. Senza perdersi in lunghissime e sterili biografie o elenchi discografici, si può comunque dire che il suo impatto sulla musica degli ultimi anni è stato incredibile. Non solo dal punto di vista numerico, non solo dal punto di vista stilistico, ma anche e soprattutto dal punto di vista olistico del business del divertimento. In che senso? Nel senso più assoluto del termine: Mr. La Flame si è pian piano trasformato in una piovra, anzi, in un Kraken, in grado di raggiungere qualunque settore dell’intrattenimento grazie ai suoi tentacoli. Attenzione, lo diciamo senza alcuna inflessione negativa. Il Kraken è una creatura mitologica che ha segnato la storia della letteratura, del cinema e – più in generale – dell’immaginazione collettiva; Travis Scott sta pian piano facendo la stessa cosa e tra qualche decennio sarà ancora più evidente la portata del suo impero.

Sembra passata un’infinità di tempo dall’XXL Freshman Class di cui Scott ha fatto parte, ma in realtà sono trascorsi solo 7 anni. “Owl Pharaoh”, il suo primo progetto ufficiale, aveva visto da poco la luce, e il suo nome compariva ora al fianco di quelli del roster G.O.O.D. Music, mentre il suo mentore Kanye West lo aiutava a plasmare il suo sound e la sua identità. Per quanto molti fan ritengano “Days Before Rodeo” il suo miglior progetto, è stato “Rodeo”, il suo primo lavoro ufficiale, a plasmare definitivamente il suo immaginario. A partire dall’iconica cover, passando per tracce che sono ormai culto, l’album del 2015 ha rappresentato un’innovazione sonora e stilistica che ancora oggi riverbera forte nel rap contemporaneo. Dibattiti sul valore assoluto di quell’opera sono ancora all’ordine del giorno, tra chi la ritiene un momento di picco artistico mai più replicato, e chi invece ha visto nei progetti successivi un percorso di crescita. Lasciandosi alle spalle quelle discussioni, la realtà dei fatti ci racconta altro: ogni opera ha rappresentato un tassello importante nella cementificazione dell’autorità di Travis Scott come entertainer dominante.

La cover di “Rodeo”

“Rodeo” esordì al terzo posto della Billboard Top 200, uno strumento piuttosto affidabile per tastare il polso dei gusti del pubblico americano. L’interesse nei confronti di Travis Scott è già palpabile, ma non ha ancora raggiunto i livelli di fanatismo attuali. “Birds In The Trap Sing McKnight”, un anno dopo, esordisce direttamente in cima alla classifica. Disco di platino, il progetto contiene un altro step fondamentale per il percorso di Travis Scott, che risponde al nome di “Goosebumps”. La traccia con Kendrick Lamar è infatti la sublimazione degli opposti, rappresenta l’incrocio tra due mondi stilistici apparentemente lontanissimi e il risultato è un singolo che al momento conta cinque dischi di platino RIAA. Il successo travolgente del brano e la natura della collaborazione solidificano definitivamente la reputazione da hitmaker del rapper originario di Houston.

“Huncho Jack, Jack Huncho”, nonostante la tiepida accoglienza della critica, lo ha aiutato a continuare a macinare consensi, affiancato da un altro top player del mondo delle hit viralizzabili, Quavo. Il 2018 è invece l’anno di “Astroworld”: l’immaginario estetico di Travis Scott subisce un forte scossone. L’estetica più pulita e – per certi versi – “americana” che lo aveva accompagnato nel primo periodo, soprattutto tra merch e visual, lascia spazio a un mondo barocco, colorato, caotico e pieno di energia teoricamente da imbrigliare, ma in pratica lasciata libera di esprimersi come vuole. Il disco e l’annesso festival indetto a Houston trasformano il concetto di live show in un qualcosa di unico, si passa dai “rager” (così vengono spesso indicati i suoi fan) e dall’arresto per disturbo alla quiete pubblica – non a caso, durante “Goosebumps” – di qualche anno prima, ai “rager” inseriti in un contesto diverso, in cui il loro sfogo assume un valore positivo, non più distruttivo ma costruttivo, socializzante.

Uno tra i tantissimi pezzi del merchandising di “Astroworld”

Il 2019 invece è l’anno in cui firma un brano per l’album di Game of Thrones, la serie tv più popolare del pianeta. Non contento, a fine anno pubblica finalmente “JackBoys”, il primo disco corale della Cactus Jack Records: Travis Scott ha iniziato a percorrere il sentiero del suo mentore Kanye West e ha creato una label indipendente per investire sugli artisti in cui crede. Diversi sono i nomi di spicco coinvolti nel progetto, anche esterni alla label, su tutti Rosalia – figura che sta imponendo una nuova estetica nella musica latino-americana di un certo tipo – e il compianto Pop Smoke, scomparso prima di poter lasciare un’impronta profonda sulla scena, cosa che il suo talento gli avrebbe indubbiamente permesso.

Abbiamo però parlato di un Kraken, descrizione che non sarebbe affatto calzante se Travis Scott si fosse limitato a un percorso – per quanto poderoso – circoscritto al mondo della musica. No, l’industria del rap è stata solo la porta dalla quale Jacques Webster è entrato nel mondo dell’intrattenimento, ma non l’unica alla quale abbia bussato. Anche se, a guardare gli ultimi sviluppi, sarebbe più corretto dire “non l’unica che abbia sfondato”.

Basta infatti tornare indietro al 2017 e iniziare a vedere l’impatto stilistico di Travis Scott e della sua iconografia sul mondo dello streetwear e della moda. Merchandising che va ben oltre il semplice compitino, collaborazioni con Helmut Lang, Ksubi, Nike; rivisitazione di modelli iconici di Jordan che sono immediatamente diventate oggetto di culto per i collezionisti, non solo per i fan del rapper. La storia della AF1 regalata a un fan durante il concerto, molto prima della release ufficiale, con annesse offerte folli per l’acquisto, è diventata parte della mitologia del mondo delle sneakers. Così come il suo commento sul post del fortunato fan, a ribadirgli di conservare la scarpa, di tutelarla come elemento imprescindibile per il ricordo dell’esperienza unica. Un’altra dimostrazione di quanto il concetto di experience sia importante nella visione di Travis.

La terza AF1 realizzata da Travis Scott in collaborazione con Nike

Esperienza unica è anche quella con Netflix nel 2019, per la realizzazione di “Look Mom I Can Fly”, un documentario sulla sua storia e sul suo presente recente, legato alla realizzazione di “Astroworld”. La tecnica scelta per la produzione e la totale assenza di filtri nei contenuti hanno contribuito a consegnare il rapper all’olimpo degli intrattenitori. Si è mostrato così com’è, felice come un bambino in alcuni momenti, incazzato come pochi in altri, adulto e consapevole delle sue responsabilità in altri ancora. Artista, padre, figlio, compagno, modello per centinaia di migliaia di giovani fan in tutto il mondo. Senza andare a fondo di nessuno di questi aspetti, è riuscito comunque a restituire un ritratto complesso, sfaccettato e soddisfacente della sua personalità. Fungendo da apripista ad altri lavori simili su Netflix, da “Miss Americana” su Taylor Swift a “Everybody’s Everything” su Lil Peep; in un colpo solo, trendsetter tra i musicisti e nel settore cinematografico.

E il 2020? Il nuovo anno è iniziato da poco e Travis Scott si è già arrogato – giustamente – il titolo di gamechanger. L’evento virtuale messo in piedi all’interno del mondo di Fortnite, insieme agli sviluppatori di Epic Games, rappresenta una prima volta assoluta tanto per il mondo della musica quanto per quello dei videogiochi, soprattutto in termini di attenzione e clamore mediatico. Epic aveva già infatti realizzato qualcosa di simile nel gioco – con Marshmellow, per esempio -, ma l’iniziativa non ha scatenato un uragano mediatico paragonabile a questo Astronomical Show.
Travis Scott ha monopolizzato per una settimana tanto la narrazione del mondo musicale, quanto quella del mondo videoludico; un binomio difficile da conciliare, ma non è la prima volta per lui. Ricordate “Goosebumps”?

Record di spettatori infranto, più di 12 milioni. Una linea di merchandising dedicata all’evento, sei drop con abbigliamento e accessori dedicati, sold out in pochissimo. Una crescita di brand awareness da mettere i brividi. Ciliegina sulla torta, la presentazione in anteprima di un nuovo singolo: Travis Scott è il primo musicista della storia a “spoilerare” una nuova canzone all’interno di uno show virtuale dentro un videogioco. E che canzone, aggiungeremmo.

Fortnite x Travis Scott

E pazienza se qualche giornalista, completamente avulso a queste dinamiche, ha definito l’evento “un incubo”, per i suoi gusti. Significa concentrarsi sul dito e non riuscire – o non volere – vedere la luna. Perché solo alla luna sono paragonabili le dimensioni del nuovo impero di Travis Scott. Come la luna, però, è meno visibile della sua controparte diurna, è più silenzioso, meno eclatante. Lavora col favore delle tenebre, a differenza di quanto non faccia, ad esempio, il mentore Kanye West. Il gossip su Travis Scott c’è, ma non è fastidiosamente ridondante e disturbante; la sua vita privata è parzialmente pubblica, ma rimane privata. Politicamente rimane silenzioso, si espone sul sociale, ma nei limiti della sua Houston, per la quale è il figliol prodigo per eccellenza. Non mette bocca nelle questioni altrui. È ancora lontano dai livelli di successo e di esposizione di Mr. West, non c’è dubbio; eppure, incarnandone – per certi versi – l’antitesi perfetta, sembra anche un ottimo candidato a raggiungere risultati simili.

Il primo Kraken in grado di agguantare tutto con i suoi tentacoli, con la delicatezza necessaria a non scontentare nessuno. Questo potrebbe diventare Travis Scott, l’unico leader di un impero ipertrofico e al contempo apprezzato da tutti. D’altronde, come si può fermare la scalata di qualcuno, se nessuno ha intenzione di opporsi?

prossimo articolo

Nike aggiunge maglie da basket, football e baseball alla linea della nazionale americana di calcio