Diario di un Mondiale imperfetto

Articolo di

Andrea Mascia

Il suono del gong della giornata 20 novembre echeggia nella mente di tutti. Il Mondiale “più imperfetto” degli ultimi anni è al via, ma non ce la sentiamo di dire che possa trattarsi di un evento sportivo atteso in egual maniera rispetto alle scorse edizioni. Qatar 2022 è una manifestazione che farà parlare di sé, che ha già scatenato una fervente opinione pubblica, e che, per quanto accaduto fino a questo momento, ha il potenziale per generare ancora numerosi chiacchiericci: Qatar 2022 è un vulcano che può esplodere in qualsiasi momento. Il Mondiale di calcio nella cultura mainstream è qualcosa che porta con sé un aura esplosiva e dilagante, un evento travolgente a cui tutti non vedono l’ora di assistere, che sia dal vivo, o che sia tramite lo schermo del proprio dispositivo, ma la manifestazione che inizierà domani grazie al match di inaugurazione tra Qatar e Ecuador, è incredibilmente riuscita nell’ardua impresa di rendere la propria venuta angosciante agli occhi degli appassionati di calcio, in primis perché interrompe per circa 50 giorni (nel caso del campionato italiano ci si rivede addirittura nel 2023!) i maggiori campionati europei e spezza il ritmo apparentemente inarrestabile che molte squadre avevano guadagnato in questi primi mesi, e in secundis per motivi molto più gravi che vale la pena riassumere, e che in parte ci ha già spoilerato Hector Bellerìn nel momento in cui ha ritirato il premio di Man Of The Year riconosciuto da GQ Spagna.

@gqspain Las palabras de Héctor Bellerín acerca del Mundial de Qatar 2022: solo nos queda aplaudir 👏🏼, ¡grande! | #Bellerin #GQHombresDelAño ♬ sonido original – GQ España

La prima Coppa del Mondo di calcio che si tiene in una Nazione mediorientale parte (e continua) col piede sbagliato. Dal 2011, ovvero l’anno in cui sono iniziati i lavori di costruzione delle strutture che avrebbero ospitato il Mondiale, fino ai primi mesi del 2020, sono morti circa 6.500 operai provenienti da Nepal, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka. Un dato incredibile anche perché non conta gli operai scomparsi provenienti da Kenya e dalle Filippine, e soprattutto si ferma al 2020, non calcolando dunque gli ultimi 24 mesi (circa) in cui sono stati portati avanti i lavori di rifinitura degli impianti, o almeno, questo è quanto ci riporta un articolo del The Guardian. Le strutture qatariote sono oramai ultimate, tra cui anche lo Stadium 974 di cui abbiamo parlato in questo articolo, un’arena che, grazie alla sua conformazione permette di essere smontata e trasportata via alla fine della competizione, dando il via a discorsi riguardanti l’edilizia sostenibile, che con un po’ di malizia (più che permessa quando si parla di questo Mondiale) suona come un caso di greenwashing che non deve e non può mascherare le condizioni disumane in cui gli operai hanno lavorato, sia per la costruzione degli stadi, sia per l’allestimento di ulteriori infrastrutture che hanno lasciato moltissimo parlare di sé.

Il discorso appena affrontato fa luce su un’ulteriore problematica che evidenzia come l’organizzazione dell’evento sia a tratti approssimativa, e fa pensare che qualcuno, ai piani alti, abbia sbagliato qualche calcolo di troppo. Per la prima volta le tifoserie (e di questo ne discuteremo in seguito) oltre a giornalisti, ospiti d’onore, tecnici, e chi più ne ha più ne metta, si spostano per un Mondiale di calcio nel deserto, e per questioni di logistica (e di denaro) alcuni alloggi sono stati allestiti in zone periferiche dell’area qatariota, in circoscrizioni peraltro molto prossime agli aeroporti internazionali di Doha e Hamad. Stiamo parlando dei cosiddetti “World Cup fan villages”, niente di più di un ammasso di container grandi 15 metri quadri posizionati a pochi centimetri l’uno dall’altro che dovrebbero essere – almeno in teoria – una soluzione pratica ed economica per gli appassionati di calcio, ma che sembrano più una presa in giro degna del Fyre Festival. Ma questa volta l’organizzazione non è gestita dalla mente folle di Billy McFarland, quanto da un entourage di persone numerosissimo, che, presupponiamo, di budget e di tempo a disposizione per offrire soluzioni di pernottamento decisamente migliori rispetto a queste qui, ne avrebbe eccome.

Probabilmente dovremo aspettare la fine della competizione per avere un responso definitivo sui tifosi totali che si sono recati nel Paese che si affaccia sul Golfo Persico, ma dai video divulgati sui social negli ultimi giorni, le autorità qatariote stanno provando a occultare in ogni modo le lacune di questo Mondiale, assoldando dei “finti tifosi” con l’intento di far inscenare loro patetici cortei carnevaleschi, al punto tale da quasi confondere Doha con Rio De Janeiro.

@a7.goat What is this?! 😳 #worldcup #qatar #football #footballtiktok #fy #fyp #viral #edit ♬ som original – A7GOAT

Il budget di un Mondiale è davvero alto; molti sono i marchi che si preparano a commercializzare la propria immagine previo pagamento di denaro. Il “caso” Budweiser è un esempio che chiarisce alla perfezione la disorganizzazione di una manifestazione che, gaffe dopo gaffe, diventa sempre più comica. Budweiser è uno dei main sponsor FIFA, e versa nelle casse della Federazione circa 75 milioni ogni quattro anni. La novità, divulgata dall’account Twitter FIFA Media due giorni prima dell’inaugurazione della competizione, proibisce la vendita e la consumazione di bevande alcoliche nelle maggior parte di zone adiacenti e interne agli stadi. La bevanda alcolica Budweiser verrà venduta solamente in zone circoscritte all’interno del Paese, mentre all’interno degli stadi sarà venduta solamente Budweiser analcolica, una scelta che ha destato un certo sconcerto all’azienda del Missouri.

Ma le scelte restrittive di questo Mondiale non finiscono qui, e non riguardano solamente limitazioni per i tifosi, quanto anche per le squadre. La Danimarca, che già aveva mostrato il proprio dissenso verso la competizione presentando un trittico di kit da gioco che evidenzia la loro posizione d’opposizione contro Qatar 2022, non sarà libera di indossare nel riscaldamento pre-match la maglietta abbellita dalla scritta “Human Rights For All”, indossata anche dalla nazionale tedesca nel pre match del match di qualificazione contro l’Islanda. La regola 4.4 promulgata dall’IFAB (International Football Association Board) vieta che l’attrezzatura utilizzata dalle squadre partecipanti ai tornei mostri slogan a sfondo politico, religioso e personale: forse Sepp Blatter aveva ragione, assegnare al Qatar i diritti di ospitare la manifestazione è stato un errore grossolano.

Tra un miscuglio impressionante di notizie e peripezie che generano indignazione, ci sono anche delle simpatiche disavventure che hanno fatto sorridere (e in qualche modo sdrammatizzato e smorzato) l’attesa di Qatar 2022. Come riporta anche IOL, il giornalista ghanese Frank Darkwah aveva reso noto sul proprio account Twitter che il “kitmen”, ovvero colui incaricato a trasportare le divise delle squadre in trasferta, aveva “dimenticato” di portare con sé il terzo kit della squadra. Una notizia che è stata subito dopo smentita, e lo stesso Darkwah ha chiarito come sia il kit supplier – ovvero PUMA – l’incaricato nella mansione di spedire le divise del Ghana in Qatar. Con tutte le probabilità del caso la squadra allenata da Otto Addo avrà le divise per debuttare al Mondiale, ma per qualche ora si era pensato che queste ultime non sarebbero state consegnate in tempo.

Il Mondiale inizia domani, dopo che oggi, 19 novembre, sono arrivati i primi feedback dal World Cup Village nei pressi del Lusail Stadium. La giornalista della BBC, Rhia Chohan, ha raccontato come fosse possibile reperire delle bottigliette d’acqua solamente se si aveva con sé un braccialetto, il cui luogo del ritiro non era specificato e difficile da rintracciare. Una situazione incredibile, ancor di più se pensiamo alle temperature esterne che si aggiravano sui circa 30 gradi.

Il giorno successivo all’inaugurazione del Mondiale, che è stata segnata da una prestazione più che insufficiente dell’undici del Qatar (complici le goffe figuracce del portiere Al Sheeb che hanno spalancato le porte alla doppietta di Enner Valencia), è il giorno in cui viene alzata bandiera bianca da Inghilterra, Galles, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svizzera: le seguenti squadre non faranno indossare al proprio capitano la fascia da capitano arcobaleno in seguito alle minacce della FIFA che aveva chiarito di punire i capitani con un cartellino giallo qualora avessero fatto l’ingresso in campo con la fascia al braccio. La fascia, conosciuta con il nome di “OneLove”, era nata proprio con lo scopo di difendere e rappresentare la comunità LGBTQ+ in un Paese in cui gli atti omosessuali tra uomini adulti sono illegali. Anche Harry Kane, condottiero dell’opposizione, si è dovuto arrendere all’interruzione di una campagna che era stata iniziata qualche mese fa da Gini Wijnaldum, e che era stata appoggiata da altri giocatori come Virgil Van Dijk e Manuel Neuer. Fascia o non fascia, il match tra Inghilterra e Iran ha trovato un altro modo per far parlare di sé. La partita è entrata nella storia come “partita più lunga della storia della Coppa del Mondo” in seguito ai 27 minuti di recupero assegnati tra il primo e il secondo tempo regolamentare. Incredibile assegnare più di 10 minuti di recupero al secondo tempo sul 6-1 (diventato 6-2 grazie al secondo goal di Mehdi Taremi arrivato all’ultimo secondo).

Dal ban di “OneLove” al ban di “LOVE” è un attimo. Il Belgio, che nella giornata del 23 novembre esordirà con il match contro il Canada (unica squadra che non giocherà questo Mondiale con una maglietta realizzata ad hoc), ha dovuto rimuovere la scritta stampata “LOVE” dal retro della sua maglietta away realizzata in collaborazione con Tomorrowland. La decisione arriva sempre dai piani alti della FIFA, che vieta alle squadre di avere sulla jersey una stampa che non sia uno slogan o un nickname.

La Danimarca, dopo il ban della maglietta d’allenamento, è finita di nuovo sotto la lente d’ingrandimento della FIFA, che ha fatto aggiungere una bandiera danese ben visibile sulla maglietta della squadra allenata da Kasper Hjulmand nella partita contro la Tunisia. Il trittico di magliette Hummel dei danesi aveva la particolarità di avere un logo tono su tono in segno di protesta contro l’organizzazione del Mondiale. Avremo ancora molti accadimenti spiacevoli da raccontare in questo Mondiale?