Il punk è la chiave di lettura di “Whole Lotta Red”

Articolo di

Greta Scarselli

Foto di

Scott Dudelson

Questa volta non sono supposizioni. Il disco di Playboi Carti uscirà davvero, precisamente nel giorno di Natale, tra due giorni, dopo due anni.

Il percorso di Playboi Carti è uno dei più insoliti, non tanto per il contesto o per ciò che lo ha spinto a percorrere questa strada, ma piuttosto per la capacità di calamitare così tanti fan al limite del fanatico in così poco tempo. Nel 2017 Carti pubblicava il suo omonimo album di debutto e già l’anno dopo ci trovavamo di fronte al titolo di quel disco che ci avrebbe tormentato per i due successivi: “Whole Lotta Red“.

Uno di quei fenomeni che non accadono per caso, ma che ti spingono necessariamente a chiederti il perché; e a questa domanda, forse, è stata proprio la copertina dell’album a rispondere.

Ieri mattina, alle 6 italiane in punto, Playboi Carti ha svelato l’artwork del suo imminente disco, insieme a diversi capi del merchandise che lo accompagneranno. Prime impressioni? La copertina, capita o meno, non ha convinto tutti e il merch, tappezzato di croci al contrario, ha fatto scatenare Twitter in una serie di post in cui si chiedeva perdono al Signore per l’acquisto di un capo d’abbigliamento. Ed è arrivata pure una domanda più che legittima, come è possibile che Kanye West sia il produttore esecutivo di “Whole Lotta Red”?

Innanzitutto, partiamo dalla cover. Realizzata da Art Dealer, non è un’opera nuova, bensì è ispirata a una rivista punk rock di fine anni settanta, come se Steve Samiof e Melanie Nissen – i fondatori – avessero scelto proprio Carti come la nuova icona punk rock. Simbolo però di una nuova epoca: volume uno numero uno, il primo di una nuova generazione destinata a finire chissà dove.

In un periodo in cui la scena musicale era dominata da colossali band mainstream, la rivista Slash, da cui nasce la copertina, si proponeva di incorniciare tutti coloro che venivano poco considerati dal grande pubblico. Anarchia, di fatto, una fanzine controcorrente che voleva raccontare tutto ciò che veniva tralasciato di una scena musicale estremamente prolifera, proprio come quella del rap di oggi. Ma esattamente, vi chiederete, cos’hanno in comune Playboi Carti e il punk? Tutto e niente, potremmo dire, ma probabilmente la risposta alla nostra prima domanda sta proprio qui.

La cover di “Whole Lotta Red” ispirata a quella della rivista Slash

La scena punk che ebbe origine tra il ’76 e il ’79 era immediata e spontanea, libera da contratti discografici e dalle dinamiche manageriali e pubblicitarie che ad oggi avvolgono obbligatoriamente ogni prodotto musicale. L’attitudine di Playboi Carti è sempre stata estremamente vicina a questo, non c’è mai stato uno studio maniacale dietro al lancio dei suoi dischi, non ne ha mai avuto bisogno. La cura al dettaglio, piuttosto, è sempre stata rivolta alla musica stessa, al progetto concreto.

Fin dall’inizio le pedine sulla scacchiera sono state mosse a suo modo. Carti si è fatto spazio con il suo mumble rap portato all’estremo, per lo stesso motivo per cui il punk è emerso a fine anni ’70. La necessità era trovare la propria dimensione, una nuova cultura nella quale riconoscersi.

È probabilmente questa voglia di rovesciare gli schemi che è riuscita ad unire il punk, Playboi Carti, il satanismo e Kanye West. Perché diciamocelo, chi più di Kanye vuole rompere le barriere per buttarsi nell’inesplorato? Proprio come volle farci capire Matthew M. Williams – anch’egli coinvolto come produttore esecutivo – nella sua prima campagna per Givenchy: “non importa come lo dici, qualsiasi modo è giusto, purché sia ​​il tuo modo”.

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