Mamba Origins: il legame tra Kobe e adidas

Articolo di

Claudio Pavesi

Ci sono gli atleti, gli atleti forti, quelli fenomenali e quelli generazionali. Questi ultimi sono diversi perché non serve seguire la disciplina che praticano per conoscerli, e il loro impatto colpisce l’ambito sociale tanto quanto quello sportivo. Michael Jordan, Maradona, Serena Williams, Usain Bolt, Muhammad Ali, Mike Tyson e pochi altri. Tra questi c’è di sicuro Kobe Bryant. La stella dei Lakers ha cambiato il modo di vedere la pallacanestro nell’era moderna ed è riuscito a farlo anche con le scarpe che ha avuto ai piedi.

Legato a Nike dal 2003 fino alla tragica morte nel 2020, Kobe ha una carriera ricca di signature shoes con Nike ma anche con adidas, marchio con cui la sua storia è iniziata.

Negli anni ’90 adidas non era esattamente al suo apice cestistico, anzi, le maggiori innovazioni le aveva mostrate nel mondo dello skate, della BMX e del calcio. Quei successi però, uniti alla mancanza di uomini immagine ad esclusione di Dikembe Mutombo, spinsero il brand tedesco a investire sui giovani, e quale Draft migliore di quello del 1996. Undici All-Star e dodici All-Pro in un solo Draft, almeno tre futuri membri della Hall of Fame. La competizione però era importante: Ray Allen, Shareef Abdur-Rahim e Marcus Camby firmarono con Nike, Allen Iverson scelse Reebok, mentre Stephon Marbury puntò su And1.

L’incredibile classe Draft del 1996 in una delle copertine di SLAM Magazine più iconiche di sempre

Il marchio delle tre strisce decise di puntare su due rookie delle squadre simbolo della NBA: il più quotato Antoine Walker dei Boston Celtics e il neo Laker Kobe Bryant, diciassettenne (all’epoca era ancora possibile passare dal liceo ai professionisti saltando il college) di belle speranze ma ancora decisamente acerbo per essere il volto di un marchio, d’altronde Kobe all’epoca era più famoso per essere andato al ballo scolastico di fine anno con la cantante R&B Brandy che altro.

adidas però non ebbe molti dubbi. Kobe aveva dominato come nessuno all’ABCD Camp (sponsorizzato adidas) del 1995 e già all’epoca gli promisero che non appena sarebbe diventato professionista sarebbe arrivato un contratto. Non scherzavano. Un totale di 48 milioni di dollari in 6 anni prima ancora di diventare maggiorenne. Anno particolare il 1997, al punto che il primo spot di Kobe in adidas è accompagnato per la prima volta da una colonna sonora metal, creata Napalm Death.

Kobe debutterà con ai piedi le adidas EQT Elevation, una scarpa molto anni ’90 che il Black Mamba fece sua anche per via della presenza del bollino con il numero 8 al posto del logo adidas sulla parte esterna della tomaia. Nonostante Kobe fosse il giocatore più giovane della NBA, le prime prestazioni sul campo e il fatto di giocare in un mercato enorme come Los Angeles hanno aiutato la sua popolarità. Il capolavoro, mediatico e non, della stagione fu la vittoria della Gara delle Schiacciate perché significava fare il primo passo nella rincorsa al suo idolo Michael Jordan, così come mettere adidas sulla mappa.

Gara delle schiacciate 1997 in adidas EQT Elevation

Nel suo secondo anno di NBA l’ascesa di Kobe era ormai lampante e rapida, e adidas quindi decise di premiarlo con una signature shoe nonostante l’anno prima avesse giocato solo 15 minuti a partita. Nel 1998 nasce la KB8, un modello simbolo di adidas basketball, riportato poi alla luce nel 2005 col nome di adidas Crazy 8 una volta che il Mamba era ormai sposato con Nike.

Mentre la rinascita delle Crazy 8 debuttò nelle Final Four del Torneo NCAA del 2006 ai piedi di alcuni giocatori di UCLA, la sua versione originaria del 1998 trova la massima celebrazione nell’All-Star Game dello stesso anno, evento in cui il giovanissimo Kobe si lanciò essenzialmente in un uno-contro-uno con Michael Jordan, diventando il miglior realizzatore della Western Conference.

Kobe contro Grant Hill nell’All-Star Game 1998 in adidas KB8

Le KB8 raggiunsero la fama anche grazie allo spot pubblicitario di cui erano protagoniste, senza dubbio uno dei più strani, diciamo pure inquietanti, di sempre.

L’anno successivo toccò alle KB8 II, modello particolarissimo che in un suo recente ritorno fu estremamente utilizzato in NBA. La paffutissima KB8 III dell’anno successivo (la cui suola è stata una chiara ispirazione per la Yeezy 500) invece è al contrario la meno celebrata della linea tra Bryant e adidas per via di alcuni problemi di progettazione della midsole che portarono al cambio del team di design. Inoltre, la KB8 III fu l’unica a non durare nemmeno una stagione, visto che nei Playoffs che portarono al primo titolo fu utilizzato già il modello della stagione successiva, la The KOBE.

Kobe Bryant in KB8 II in un’azione di gioco che sembra più un quadro rinascimentale

La The KOBE ha bisogno di un attimo di pausa perché è un mondo a parte. Parliamo del 2000, è un nuovo millennio e nell’aria c’è voglia di futuro. In passato si pensava che nel 2000 ci sarebbero state le macchine volanti così e adidas decide di puntare su uno stile unico e futuristico, con l’aiuto dei designer di Audi, la casa automobilistica. L’ispirazione è infatti la Audi TT Roadster, macchina che non a caso fu fornita a Kobe Bryant in quel periodo.

Questo modello non fu rivoluzionario solo agli occhi degli spettatori ma rappresentò anche una grande scommessa per adidas che realizzò un numero elevato di sample che purtroppo, o per fortuna, non videro mai la luce del sole e il parquet delle arene NBA.

Altro bellissimo spezzone di questo inizio di millennio è lo spot realizzato per adidas Italia da Bryant stesso, con le The KOBE ai piedi, nella palestra di via XXV aprile a Varese, come un meraviglioso fil rouge a unire passato e presente di un giocatore che si stava già imponendo come uno dei più iconici del periodo.

Tra il 2001 e il 2002 uscì la The KOBE TWO, quello che sarebbe diventato l’ultimo modello marchiato adidas nella carriera del talento di Lower Merion High School. Il concept futuristico dell’automobile è spinto all’inverosimile, al punto da non avere nemmeno un riferimento alle tre strisce di adidas. La prima colorazione in grigio metallizzato va proprio a ricordare la livrea di un’auto e non fa altro che rinforzare questo concetto.

La scarpa trovò molte opposizioni non solo dal pubblico ma anche da Kobe stesso che non le apprezzava esteticamente e nemmeno dal punto di vista del comfort, ritenute troppo pesanti. Per questo motivo le Finals successive furono giocate con il modello precedente, le The KOBE, più morbide e leggere al piede.

La The KOBE TWO fu realizzata anche in un’audace colorazione a bandiera americana per celebrare le vittime dell’11 settembre e contemporaneamente Philadelphia, culla di Kobe e degli Stati Uniti stessi.

Shaq, T-Mac e Kobe con le adidas The KOBE TWO “USA Flag”

Come si poteva prevedere da alcuni screzi, l’unione tra Kobe e adidas sarebbe infatti terminata pochi mesi dopo e sarebbe cominciato un periodo altrettanto magico di sneakers free agency in cui il Black Mamba sfoggiò PE di ogni tipo: Jordan VIII, Jordan III, Reebok Answer I e molto altro.

Ironicamente la KB8 III e la The KOBE TWO furono le meno utilizzate da Bryant ma senza dubbio le più indossate da LeBron James, all’epoca “solo” uno straripante talento liceale, come ai tempi fu il figlio di Jelly Bean, che indossava quello che la St. Vincent-St. Mary High School poteva offrirgli.

LeBron James alla St. Vincent-St. Mary High School. Come Kobe, anche James preferiva le The KOBE alla versione successiva

L’ultimo modello indossato da Bryant in adidas fu quindi lo stesso che anche James indossò prima di passare a Nike. Un poetico passaggio di consegne stilistico che sedici anni dopo è diventato anche sportivo, con l’arrivo di King James in gialloviola, con l’obiettivo di portare avanti il ricordo di Kobe.

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