Music

È arrivato il momento di riabilitare la figura di Travis Scott?

Articolo di

Andrea Bertolucci

Dentro quel capolavoro della musica contemporanea intitolato “Astroworld”, c’è una traccia che rispetto ad altre è passata più inosservata. Si tratta di “RIP Screw”, un brano in cui Travis Scott – assistito da Swae Lee – fluttua su un beat onirico composto da FKi 1st, Mike Dean e lo stesso La Flame. Lo “Screw” a cui si fa riferimento altri non è che Robert Earl Davis Jr., uno storico DJ di Houston che aveva iniziato a mettere le mani sui dischi fin dagli anni ’80. Quando poi negli anni ’90 l’hip hop ha visto fiorire una quantità di beatmaker senza precedenti, DJ Screw sente il bisogno di differenziarsi, concentrandosi maggiormente sull’approccio psichedelico e rallentato del chopped and screwed, di cui oggi è considerato il pioniere.  

Travis Scott non ha mai nascosto la sua ammirazione artistica e personale per la figura di Screw, celebrandone l’eredità musicale fin da quando ha intrapreso la propria carriera. Ne è la prova uno dei primi mixtape di Travis che porta il nome di “Owl Pharaoh“, annata 2013. In questa cornice, La Flame ha presentato il primo tributo a DJ Screw nella canzone “Drive”, accompagnato dalla voce di James Fauntleroy. Si tratta di un inno alla guida illegale – sotto l’effetto di sostanze – mentre si contempla la vita, con un suono oscuro cadenzato da un sintetizzatore che ricorda molto certe atmosfere anni ’80 evocate da “Nightcall” di Kavinsky. All’inizio del brano si sente riavvolgere un’audiocassetta, di quelle che chiunque abbia più di 30 anni avrà sicuramente trascorso ore intere a raggomitolare. Poi, di colpo, la voce cavernosa di Screw sentenzia “10-201, you know what I’m sayin’? Smokin’ big, drankin’ syrup, know what I’m talkin’ ‘bout?”.

È iniziata così una delle carriere più formidabili del nuovo millennio, quella di Jacques Webster II, un ragazzino soprannominato “Jack” e cresciuto a Missouri City, appena fuori Houston, una delle città più dinamiche d’America, della quale non si è mai accontentato fino in fondo, come dimostrano le sue numerose fughe giovanili tra le luci argentate di Los Angeles. Allo stesso modo Travis Scott – così ha poi deciso di farsi chiamare quel ragazzino texano – non si è mai accontentato di essere soltanto una delle figure più influenti della musica rap del nuovo millennio, tanto da voler diventare una tra le personalità più importanti della cultura moderna. E ci è riuscito. 

L’elenco di brand partnership chiuse da Travis in questi anni è lunghissimo, e spazia dai marchi che si vogliono consolidare come punti di riferimento per la Gen Z, come Nike e PlayStation, fino a quelli un po’ più paludati che hanno bisogno di riconquistarla, tipo General Mills. Per Fortnite, ad esempio, La Flame ha concepito un nuovo modello di performance art, che ha attirato ben 12 milioni di spettatori, suonando live all’interno del popolare videogioco. Per McDonald’s ha invece sviluppato un intero menu a marchio Scott – secondo nella storia soltanto a quello di Micheal Jordan nel 1992 – così popolare e ambito che il colosso del fast food si è trovato a fronteggiare un evento più unico che raro: la carenza di forniture.

Anche il 2021 di Travis Scott era iniziato alla grande, all’insegna delle collaborazioni più inaspettate e degli annunci in grado di creare hype alla sola velocità di una Instagram story. Con la sua presenza alla Paris Fashion Week aveva ad esempio suggellato un’importantissima collaborazione tra Dior e la sua etichetta Cactus Jack per la collezione uomo SS22, di fatto la prima volta che la lussuosa casa di moda parigina abbia deciso di collaborare direttamente con un artista per un’intera linea. Anche sul fronte musicale, La Flame stava lavorando a diverse collaborazioni con i colleghi Baby Keem, Ye e Don Toliver, e l’uscita dell’attesissimo nuovo album “Utopia” era pronosticata proprio durante l’autunno del 2021.    

Questo era lo scenario fino a quel maledetto 5 novembre, giorno in cui, durante la terza edizione del festival Astroworld, dieci persone muoiono schiacciate dalla folla, tecnicamente “per asfissia da compressione accidentale”. Altri 300 partecipanti vengono feriti e soccorsi, nonostante Travis continui ad esibirsi sul palco del NRG Park di Houston, dichiarandosi successivamente ignaro della situazione che si era venuta a creare. L’apparizione del rapper su Instagram, poco dopo l’evento, è andata ad aggravare i dubbi di molti sul fatto che non stesse affrontando la situazione con sufficiente empatia, allo stesso modo l’offerta di farsi carico dei funerali delle vittime ha irritato l’opinione pubblica. La Flame, insieme a Drake e a Live Nation, stanno tuttora affrontando decine di cause legali, ma ancor prima che il processo iniziasse, la sentenza era già sulla bocca e sugli smartphone di tutti. 

I giorni e le settimane successivi alla tragedia, tutti i social media (in particolare TikTok) hanno visto fiorire una quantità di bizzarre tesi sotto forma di video che hanno ottenuto milioni di visualizzazioni, nonostante le stesse piattaforme abbiano affermato che questi contenuti violassero gli standard della community. Alcuni utenti hanno indicato come il palco potesse rappresentare una croce capovolta che conduceva ad una porta verso l’inferno. Altri hanno inneggiato alla teoria del complotto attorno alla simbologia della t-shirt che indossava il rapper durante il live, o hanno suggerito che si sia trattato di un sacrificio umano avvenuto durante il brano “90210”, quello in cui Travis ha cantato sollevato da terra. 

Soffermarci proprio su questa traccia di La Flame è importante, perché ci riporta circolarmente a dove siamo partiti, ovvero al topos del viaggio. Da una parte quello notturno, accompagnato dalla “Nostalgia Ultra” delle audiocassette di DJ Screw accatastate nel vano portaoggetti di una vettura polverosa, dall’altra quella peregrinazione dal Texas a Los Angeles, un itinerario figurato ancor prima che fisico: la fuga di un ragazzo dai propri demoni, dalla propria infanzia e da sé stesso

È con questa idea in mente, lungi dal complottismo di Tik Tok, che ho riguardato decine di volte quell’esibizione, cercando video che stringessero il più possibile sul viso di Travis, mentre inseguivo quell’emozione – ovattata dall’autotune – che in quel momento lo stava facendo volteggiare, lontano dal pulpito sul quale era salito. Un’emozione forte e assoluta, ma non così alienante da impedirgli di interrompere l’esibizione quando scorge alcuni movimenti indistinti tra la folla, una situazione che spesso si verifica durante eventi di quelle dimensioni.

Nessuno poteva però immaginare che la situazione fosse quella che oggi conosciamo. E questo mi ha stimolato a fare un ulteriore tentativo: riguardare per intero l’esibizione, che si può trovare facilmente anche su YouTube, sforzandomi di dimenticare ciò che stava accadendo. Se non sapessimo già delle vittime, della tragedia, delle urla nascoste fra le potenti vibrazioni dei bpm, chi potrebbe davvero immaginare da quel filmato che delle persone stavano perdendo la vita? Alla luce di questo, ho riascoltato le successive dichiarazioni del rapper, la sua prima e unica intervista dopo la tragedia di Astroworld rilasciata a Charlamagne Tha God e l’annuncio della creazione di Project HEAL, un investimento di 5 milioni di dollari per iniziative legate alla sicurezza sugli eventi. Non me la sono sentita di mettere in discussione le mosse di quel ragazzo di Missoury City e la sua “emotional roller coaster”, come lui stesso l’ha definita.

Seppur nato come genere anti-establishment, l’hip hop è stato posto negli ultimi anni in una sbagliatissima posizione di responsabilizzazione. Il rap è il nuovo pop, proprio perché è diventata la musica contro cui protestare. Lo dimostrano i continui casi di cancel culture ai danni di artisti della scena, non ultimo lo stesso Travis Scott, che in troppi hanno additato dopo la tragedia come una specie di enciclopedia di messaggi dannosi.

Eppure, mi chiedo spesso come si possa separare la musica dall’uomo. Quello dell’artista tormentato è un concetto che precede il rap. E sicuramente lo inghiotte. Da fan e da “addetti ai lavori”, lodiamo gli artisti real, quelli con storie che fanno venire i brividi, i Jay-Z, i Pop Smoke, ma poi ci sentiamo in dovere di tracciare dei limiti quando le cose vanno troppo oltre. T.I. parla della sessualità di sua figlia? Cancelliamolo. XXXTentacion viene accusato di violenza nei confronti della ex fidanzata? Cancelliamolo. Drake viene fotografato con Millie Bobby Brown? Cancelliamolo. Non esiste formalmente un manuale di istruzioni in cui sia riportato come funziona il pulsante della cancel culture, o a quale azione corrisponda quale altra reazione. Esiste solo una macchina guidata implacabilmente dall’opinione pubblica, che raramente lascia spazio al contraddittorio.

Pochi giorni fa, lungo il tratto autostradale I-10 che va da Coachella a Indio, non molto lontano da dove si tiene il popolare festival che ha rimosso Travis dalla line up, sono comparsi dei misteriosi cartelloni pubblicitari con riferimento ad “Utopia”, un potenziale presagio di un annuncio sull’attesissimo album. Sarà sicuramente un grande progetto, probabilmente farà dei numeri mai visti e riuscirà ancora una volta ad imporre il confine tra un prima e un dopo, dando vigore ad una scena sempre più stantia. Per questo – anziché vivere le prossime release di La Flame con sofferenza e fastidio – credo sia arrivato il momento di riabilitare la figura di Travis Scott.